Un film che ci ha cresciuti bene: Ghostbusters di nuovo al cinema

Per il suo 30° anniversario, Ghostbusters è tornato nei cinema per due serate, il 18 e 19 novembre. Stavolta c’ero.

 

 

Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere.
– Gilbert Keith Chesterton

 

La prima volta che Ghostbusters uscì al cinema avevo tre anni, assente giustificato. Stavolta non potevo mancare. Sei euri ben spesi. Poltrone comode, video rimasterizzato in 4K, audio 5.1 limpido… mai visto gli acchiappafantasmi così bene è così in grande.

Non ricordo quando, da bambino, iniziai a vederlo nei frequenti passaggi televisivi. La prima volta dev’essere stato fin quando il fantasma della donna in biblioteca si “mostrifica” di colpo.

cliccare sulla foto, please

Mi si drizzarono i capelli e non proseguii nella visione. Un’altra volta lo vidi fin quando Louis (Rick Moranis) si ritrova inseguito dal cane-demone sumero.

Quando finalmente, verso la fine delle elementari, riuscii a vederlo per intero, mi ero fatto nel frattempo una cultura grazie alla longeva e bellissima serie animata che ne era stata tratta (140 episodi dal 1986 al 1991).
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Proprio per via del cartoon, due cose nel film mi lasciarono perplesso:

A) scoprire che Slimer non era ancora la mascotte del gruppo ma poco più di una comparsa

B) rendermi conto che Ray, che nel cartone era raffigurato come il più paffuto della brigata, era interpretato dall’attore che era “quello magro” dei Blues Brothers.

Poca roba in confronto a tanta grazia di Dio.

Ghostbusters è stato probabilmente il primo film a diventare un fenomeno al di fuori della pellicola stessa: ancora oggi si vendono magliette col suo marchio e dischi della soundtrack, a testimonianza che dopo trent’’anni non è per nulla invecchiato.

Molti sono i punti di forza della pellicola. Innanzitutto, l’originalità: è così zeppo di invenzioni e trovate (gli zaini protonici, il cane-demone nel frigo, il moccio ectoplasmatico, l’omino dei marshmallow gigante…) ciascuna delle quali basterebbe a rendere memorabile un film di oggi.

Poi ci sono le battute che i protagonisti si servono a puntino l’un l’altro. Battute nate in gran parte dall’improvvisazione, il che dimostra la perfetta alchimia del cast.

E vogliamo parlare di come i quattro acchiappafantasmi siano stati concepiti per essere perfettamente complementari?

C’è Peter Venkman (Bill Murray) furbacchione faccia tosta e freddura facile, leader non ufficiale del gruppo.

"Mi ha smerdato"

“Mi ha smerdato”

 

C’è Ray Stantz (Dan Aykroyd), entusiasta, ingenuo e un po’ infantile, “vittima” perfetta per Venkman/Murray.

"Fantastico!"

“Fantastico!”

 

C’è Egon Spengler (lo scomparso Harold Ramis) scienziato nerd che sembra un incrocio tra Archimede Pitagorico e Spock di Star Trek.

"Colleziono funghi, muffe e spore"

“Colleziono spore, muffe e funghi”

 

E poi c’è Winston Zeddemore (Ernie Hudson), il tipico bravo ragazzo che tiene unito il gruppo facendo la sua parte senza protagonismi (come Steve McQueen ne I Magnifici Sette, o Beth in Piccole Donne…).
Generalmente sottovalutato, è in realtà il “ponte” perfetto tra il film e gli spettatori: quando gli altri tre se ne escono con paroloni tipo “ectoplasmatico” o “psicocinetico”, Winston è quello che domanda “E in parole povere cosa significa?”, e gli altri spiegandolo a lui lo spiegano anche a noi.

Per lo stipendio fisso, credo a tutto quel che volete"

Per lo stipendio fisso, credo a tutto quel che volete”

 

Inizialmente Winston doveva essere interpretato da Eddie Murphy, che però preferì Beverly Hills Cop. Se la cosa fosse andata in porto, il personaggio sarebbe stato sicuramente diverso. Ma poco male: come ho detto, Winston funziona proprio per la sua umiltà e normalità in contrasto con l’esuberanza degli altri tre.
Ma c’è anche qualcos’altro che rende grande Ghostbusters, ed è una cosa che cogli meglio quando sei piccolo e nel vederlo, oltre a divertirti, ti spaventi anche.

The Blues Brothers fu definito il primo musical demenziale in formato kolossal, sia per i grossi nomi coinvolti (attori e musicisti) sia per l’inseguimento pazzesco verso la fine.
Allo stesso modo, Ghostbusters è stato la prima commedia horror in formato kolossal: non solo per la qualità e quantità dei costosi (e ancora efficacissimi) effetti speciali, ma anche perché grazie ad essi ha potuto mirare a quel grandeur e a quella serietà tipica dei kolossal.

Commedie horror ce n’erano già state a iosa (basti pensare a Il Cervello di Frankenstein con Gianni e Pinotto, 1948), ma in quei film i mostri si rivelavano ridicoli, oppure venivano messi alla berlina in situazioni demenziali.
In Ghostbusters non succede: è stata la prima commedia a giocarsi seriamente la componente horror. I fantasmi (Slimer a parte) fanno sul serio e fanno davvero paura.
Ciononostante, i quattro scalcinati eroi riescono lo stesso a salvare il mondo, e senza nemmeno diventare più eroici o seri rispetto a prima (la classica maturazione  dell’eroe contemplata in tutti i manuali di sceneggiatura e narrativa in generale). No, salvano il mondo rimanendo i quattro simpatici cazzari di sempre.
Insomma, Ghostbusters funziona anche perché è un film “onesto”.
Non indora la pillola agli spettatori raccontando che non c’è nulla da temere, o che tutt’al più il diavolo non è così brutto come lo si dipinge.
No, il Male esiste, i mostri esistono e sono tanto cattivi. Ma li si può battere. E spesso l’arma migliore per batterli è un immenso, meraviglioso muso di tolla.

Una grande lezione di cinema e di vita.

We all love you, Ghostusters…

 

PS

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L’altra grande lezione è “mai possedere le possedute“, ma quella è  esplicita…

 

Giovanni.

Immagini prese da Google. © degli aventi diritto.

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