Si è il migliore solo due volte: gli 007 di Timothy Dalton

Mentre con No Time To Die si chiude l’era Daniel Craig, noi vi consigliamo di rivalutare il dittico anni ‘80 con Timothy Dalton, e vi spieghiamo perché lui è il nostro Bond preferito .


Bond non lo sopporto. Fosse per me, gli farei venire i reumatismi e nel prossimo sequel lo farei liquidare da un paio di ragazze”.
(Sean Connery)

Che mi tocca fare…

Quando Sean Connery diede per la prima volta l’addio a James Bond, Timothy Dalton era già il lizza per sostituirlo. Ma all’epoca Connery aveva 42 anni, Dalton 21. La metà esatta, troppa differenza d’età per sembrare lo stesso personaggio. E così, malgrado il gallese Dalton fosse già un attore teatrale affermato, la parte andò a George Lazenby, un simpatico meccanico australiano che aveva in curriculum solo uno spot per dei cioccolatini.

Dopo l’ottimo e sottovalutato Al servizio segreto di Sua Maestà (1969), Lazenby lasciò il ruolo per divergenze coi produttori. Connery fu richiamato per Una cascata di diamanti (1971), dopodiché arrivò in pianta stabile Roger Moore.
Quando nell’84 Moore scoprì d’essere più giovane della madre della sua ultima Bond girl (la Tanya Roberts di Bersaglio Mobile) decise di passare il testimone.
Dalton era ancora lì in panchina ad aspettare, ma nel frattempo accanto a lui s’erano accomodati anche Sam Neil e Pierce Brosnan. Di come sarebbe stato il Bond di Neill ci resta solo un provino di pochi secondi.

I produttori optarono per Brosnan, il quale stava girando Remington Steele (trasmesso da noi anche col titolo Mai Dire Sì), un telefilm giallorosa di cui era la star insieme a Stephanie Zimbalist (la figlia di Efrem Jr.). La notizia che Brosnan era ufficialmente il nuovo Bond risvegliò l’interesse del pubblico verso la serie, gli ascolti da bassi divennero altissimi, e Remington Steele fu rinnovata per altre quattro stagioni, impedendo a Brosnan di dedicarsi a 007.

Evviva…

La grande occasione per Timothy era finalmente arrivata, ma il destino beffardo non aveva smesso di accanirsi. La sua esperienza come Bond fu infatti breve (solo due film) e sottovalutata da pubblico e critica. Definito da più parti un manichino antipatico, è stato rivalutato solo in anni recenti, dopo che l’era di Daniel Craig ha fatto capire al pubblico quale fosse veramente il tono duro e serioso del personaggio nei romanzi originali di Ian Fleming.

E ai due film in sé (diretti, come gli ultimi di Moore, da Jon Glen) non toccò sorte migliore: Zona Pericolo venne liquidato come banale, e Vendetta Privata come troppo violento e lontano dai canoni della saga. Io però direi che un piccolo rewatch ci vuole. Pronti?

007 – Zona Pericolo (The Living Daylights, 1987)

James Bond aiuta a fuggire al di là della Cortina di Ferro il generale russo Georgi Koskov (Jeroen Krabbé), il quale rivela che il generale Leonid Puskin (John Rhys-Davies) intende giustiziare tutte le spie occidentali nel blocco sovietico innescando la terza guerra mondiale. Ma in realtà è tutta una manovra di Koskov che, in combutta col trafficante d’armi Brad Whitaker (Joe Don Baker), intendere usare i diamanti che ha sottratto al suo governo per comprare droga da rivendere in America, e al tempo stesso soffiare a Puskin il comando del servizio segreto russo.

James cercherà di fermarlo con l’aiuto della violoncellista Kara Milovy (Maryam d’Abo), innamorata di Koskov e da lui manovrata.
Effettivamente Zona Pericolo non è uno dei capitoli più originali della saga. Anzi, risente degli schematismi dei capitoli precedenti. Tra i peggiori: una prima parte con inutili giri per il mondo senza che si capisca bene cosa sta succedendo, e il personaggio di Maryam d’Abo che non brilla per carisma e intelligenza. D’altro canto, c’è tutto quello che ci si aspetta da uno 007: location esotiche, intrighi internazionali, scene d’azione spettacolari, una love-story tra l’eroe e la bella, marchingegni da spia (meno del solito per esigenze di realismo, ma ci sono), tocchi di humor… Insomma, vale lo stesso discorso di Si vive solo due volte, Solo per i tuoi occhi, e Il domani non muore mai: è un tipico film di Bond, né più né meno. Siete fan di Bond? Allora qual è il problema?

Due curiosità. La prima è la resa dei conti in Afghanistan con James aiutato dai mujaheddin. All’epoca l’occidente faceva il tifo per loro in funzione antisovietica, vedi anche Rambo III.
La seconda è che questo è il primo film in cui Bond non va a letto con nessuna donna (erano i tempi bui dell’AIDS).

007 – Vendetta Privata (License to Kill, 1989)

In locandina senza smoking, che scandalo…

James Bond aiuta l’amico e collega della CIA Felix Leiter a catturare il boss del narcotraffico Frank Sanchez (Robert Davi). Questo però evade in un batter d’occhio e si vendica su Leiter in luna di miele, uccidendogli la moglie e facendogli divorare le gambe da uno squalo.
James (che pure lui, in Al servizio segreto di Sua Maestà, era rimasto praticamente vedovo sull’altare) sbrocca, disobbedisce agli ordini, e fugge in sud America per fare la pelle a Sanchez, aiutato dall’agente della CIA Pam Bouvier (Carey Lowell, moglie di Richard Gere nella vita reale).

Per la serie “il pubblico non è mai contento”, se Zona Pericolo non piacque perché troppo simile a roba già vista, Vendetta Privata venne preso a pesci in faccia perché troppo diverso dal solito: non un film di 007, ma un action americano alla Stallone/Schwarzenegger dove per caso il protagonista è James Bond. Sinceramente, per me è tutt’altro che un difetto: la trama è compatta (si va subito al sodo senza gli inutili giri del mondo che dicevamo prima) e regala qualche bel colpo di scena qua e là, i cattivi (oltre a Davi c’è un giovane Benicio Del Toro) sono dei realistici signori della droga modellati su Pablo Escobar e non i soliti megalomani che vogliono conquistare il mondo, la violenza non teme la censura, e la Lowell ci regala un tocco di girl-power senza sbavature (con una Bond girl bella e tosta ma non maschiaccia).

E poi, siamo davvero così sicuri che manchino gli ingredienti classici della saga? Abbiamo una scena al casinò con immancabile smoking, abbiamo Q e miss Moneypenny che raggiungono Bond per aiutarlo in via ufficiosa, abbiamo due belle presenze femminili (oltre la Lowell c’è Talisa Soto, nei panni dell’amante di Sanchez), abbiamo una base dei cattivi che per magniloquenza ricorda quelle della Spectre (lo scenografo è quello storico della saga, Peter Lamont), e abbiamo una title-song, cantata da Gladys Knight, che echeggia un po’ delle sonorità della classica Goldfinger di Shirley Bassey.

Insomma, dite quel che vi pare, ma Vendetta Privata è il mio Bond-movie preferito (o almeno se la gioca con Goldeneye e La spia che mi amava), e se è stato il capitolo che ha incassato di meno di tutta la saga… Beh, se fosse uscito nella stessa estate di Batman, Arma Letale 2, Ghostbusters 2, Indiana Jones e l’ultima crociata, credo che pure Titanic avrebbe avuto vita dura al botteghino.

Una curiosità anche qui: è l’ultimo film in cui Bond fuma.

Il terzo capitolo mai realizzato.
Il film successivo (annunciato al Festival di Cannes nel ‘90) avrebbe dovuto intitolarsi Property of a Lady (da un racconto di Fleming che però era già servito da base per Octopussy) o A Whisper From Hell.

Le indagini in seguito a un attacco a una centrale nucleare in Scozia avrebbero condotto Bond in oriente, dove si sarebbe scontrato con Denholm Crisp, spia in pensione e suo mentore, alleatosi col ricco magnate Henry Lee Ching per ricattare il mondo con un virus informatico in grado di paralizzare ogni attività commerciale e militare.
Ad aiutare Bond ci sarebbero state la ladra di gioielli Connie Webb e la giovane agente cinese Mi Wai.
Purtroppo problemi di diritti e di budget, più infinite riscritture della sceneggiatura, prolungarono i tempi fino alla scadenza del contratto di Dalton e alla ritrovata disponibilità di Pierce Brosnan.
La saga ripartì con un nuovo interprete, e parte delle idee pensate per il terzo film con Dalton furono riciclate in Goldeneye e Il domani non muore mai.

Ma, al di là dei film, com’era lo 007 di Dalton?

Queste stupide donne che credono di poter fare un lavoro da uomini! Perché diavolo non rimangono tra le loro padelle, e i loro vestiti e i loro pettegolezzi, senza impicciarsi dei compiti che solo gli uomini possono portare a termine? Doveva capitargli anche questa, proprio quando la missione stava per concludersi felicemente! Vesper che si faceva prendere in una trappola vecchia come il mondo, e che forse sarebbe stata usata come base per un riscatto, come succede a quelle maledette eroine dei romanzi a fumetti, puttana imbecille!
(Ian Fleming, “Casinò Royale”, 1953)

Come avrete intuito da queste poche righe, nei romanzi di Ian Fleming, James Bond è un perfetto st*#§o, un killer nato per sbaglio tra le fila dei buoni e che tratta gli uomini con le semplici cordialità professionali, e le donne con indifferenza e disprezzo (quando non può usarle come oggetti di piacere, ovviamente).
Lo stesso Sean Connery (come avete letto all’inizio) lo detestava, e cercò (così come Lazenby dopo di lui) di ammorbidirlo con l’ironia. Ma il materiale di partenza era quello che era.
Bond divenne definitivamente una simpatica canaglia quando il materiale letterario iniziò a scarseggiare, e gli sceneggiatori poterono fare di testa loro, sfruttando un attore da sempre spiritoso come Roger Moore.

Pierce Brosnan è stato un buon compromesso Connery/Moore. Ha aggiornato il personaggio agli inseguimenti e alle esplosioni dell’action hollywoodiano anni ‘90, sottolineando però in alcune scene la solitudine e la malinconia della vita da spia.

Daniel Craig invece è proprio il Bond dei romanzi: serissimo e antipaticissimo.

A questo punto vi chiederete: ma se Craig è lo 007 più simile al personaggio letterario, perché quest’articolo dice che il migliore è Dalton?
Semplice, perché un personaggio è anche ciò che diventa nell’immaginario collettivo al di là delle intenzioni del suo creatore, e Dalton ha saputo fondere entrambe le cose.

Seppure in due soli film, Timothy ci ha regalato un James Bond comprensibilmente freddo e dai modi spicci nelle situazioni di pericolo, ironico e charmant in quelle rilassate, leale con gli amici, e sorprendentemente tenero con le donne a cui tiene davvero. Ha recuperato le durezza action dei romanzi, evitando però di risultare freddo e sgradevole, mantenendo un po’ dei modi eleganti di Connery e un po’ della simpatia di Moore. È lo 007 più “completo”, come dicevamo dell’altrettanto sottovalutato Val Kilmer per Batman, del divino Jeremy Brett per Sherlock Holmes, e dei due Robin Hood della serie tv anni ’80.

E poi, dai, come fate a considerare un Bond credibile quello di Daniel Craig, uno che anche quando guida auto di lusso e flirta con donne bellissime mantiene la faccia tra il depresso e lo scazzato come avesse la nuvoletta di Fantozzi?

E questo è tutto. Vi lasciamo con la nostra fan-art esclusiva in vendita QUI:

Giovanni

Immagini prese da Google. © degli aventi diritto.

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