Sherlock Holmes (quello vero) in edicola con Corriere e Gazzetta.

Da qualche tempo Il Corriere dellaSera e La Gazzetta dello Sport stanno pubblicando in allegato la collana Dvd della serie tv di Sherlock Holmes degli anni ’80 e ’90.

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QUI il piano dell’opera.
Passata sempre in sordina qui in Italia (dove si sono sempre predilette le infinite repliche di Derrick e La Signora in Giallo), non si può non lodare il ritorno nelle edicole nostrane di questa serie. Anche perchè, oggi che il personaggio è divenuto di pubblico dominio e fioccano film e serial tv “apocrifi”, questo telefilm ci restituisce il segugio di Baker Street nella sua essenza più pura.
41 episodi (36 da un’ora più 5 special formato film) prodotti dalla britannica Granada Television nell’arco di dieci anni (1984-’94) e suddivisi in quattro stagioni, ciascuna intitolata come una delle raccolte in cui fu raggruppato il materiale letterario (Le Avventure di S.H., Il Ritorno di S.H., Il Taccuino di S.H., Le Memorie di S.H.), e che sono la migliore trasposizione dei racconti originali di Sir Arthur Conan Doyle.

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L’abilità di John Hawkesworth e degli altri sceneggiatori fu quella di mantenere un’estrema fedeltà al materiale di partenza, sovrapponendovi un po’ di tutta quell’iconografia “apocrifa” che era andata a formarsi in un secolo di altre trasposizioni.
Ad esempio, la leggendaria frase “Elementare, mio caro Watson” e il berretto modello deerstalker (che identifica Holmes come e più della lente e della pipa) non appartengono libri, ma risalgono all’interpretazione teatrale di William Gillette agli inizi del ‘900.

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Ragion per cui nella serie Sherlock usa di rado la parola “elementare” e indossa il deerstalker (che nasce come copricapo da caccia) solo quando si reca in campagna.
A livello di sceneggiatura, i “tradimenti” furono pochi e tutti perdonabili. Come l’idea di inserire il professor Moriarty nell’episodio La Lega dei Capelli Rossi, al fine di collegarlo con quello successivo, Il Problema Finale.

Più spinoso fu il problema della tossicodipendenza di Holmes. Nei primi racconti Doyle narrava che Sherlock assumeva sostanze stupefacenti per stimolare la mente nei periodi di noia tra un caso e l’altro. Col tempo, Doyle si limitò a non fare più accenno alla cosa.
Ma Jeremy Brett, che interpretava Holmes, preoccupato dal fatto che lo show era seguito anche dai bambini, chiese agli sceneggiatori di rendere esplicita la fine della tossicodipendenza. Ecco quindi che, nell’episodio Il Piede del Diavolo, è presente una scena in cui si vede Sherlock seppellire la sua siringa.

Baker Street fu interamente ricostruita in studio, e il set rimase aperto al pubblico fin quando fu smantellato nel ’99. Per le altre location furono utilizzate varie, splendide residenze vittoriane e i relativi giardini, come Adlington Hall nel Cheshire o Hallerton Castle nello Yorkshire.

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Le musiche furono affidate a Patrick Gowers (1936-2014), nipote di un famoso neurologo e compositore molto attivo tra teatro e TV.

Nei titoli di coda di alcuni dei primi episodi furono utilizzati i disegni che Sidney Paget realizzò per la primissima edizione dei racconti di Doyle sullo Strand Magazine.

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Tra i volti celebri che si sono avvicendati nei vari episodi si possono notare la defunta Natasha Richardson (figlia del regista Tony e di Vanessa Redgrave, nonché moglie di Liam Neeson), Nicholas Clay (il Lancillotto di Excalibur), Freddie Jones (The Elephant Man di David Lynch), Frank Finlay (candidato all’oscar per l’Otello del ’65 con Laurence Olivier), James Purefoy (The Following con Kevin Bacon in TV, Solomon Kane al cinema), Ciaràn Hinds (Giulio Cesare in Roma, Mance Rayder nel Trono di Spade).

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Un giovane e sconosciuto Jude Law, attuale Watson cinematografico, apparve nell’episodio Shoscombe Old Place nei panni di un giovane stalliere.

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L’episodio La Scuola del Priorato fu diretto da John Madden, futuro regista di Shakespeare in Love.

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Per quanto riguarda i recurring roles troviamo Rosalie Williams (Mrs. Hudson), Colin Jeavons (l’ispettore Lestrade) e Eric Porter (il prof. Moriarty).

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Charles Gray, famoso per essere stato il cattivo di 007: Una Cascata di Diamanti e il narratore di The Rocky Horror Picture Show, riprese il ruolo di Mycroft Holmes, fratello maggiore di Sherlock, dopo averlo già interpretato nel film commedia del ’76 Sherlock Holmes: Soluzione Sette per Cento.

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Veniamo finalmente alla coppia di protagonisti.
David Burke, padre di Tom Burke (l’Athos di The Musketeers), lasciò i panni del Dr. Watson dopo i 13 episodi della prima stagione per recitare nella Royal Shakespeare Company. Lui stesso chiese ai produttori di sostituirlo col suo vecchio amico Edward Harwicke (1932-2011), figlio del più celebre Cedric (il faraone Seti de I Dieci Comandamenti).

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La sostituzione funzionò egregiamente. E comunque gli occhi di tutti erano puntati su di lui, Jeremy Brett, l’unico attore che sia riuscito a strappare il titolo di miglior Sherlock di sempre al vecchio Basil Rathbone, che l’aveva impersonato spesso al cinema tra gli anni ’30 e ’40.

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Brett (all’anagrafe William Peter Huggis), attore britannico di solida formazione shakespeariana, curiosamente nel 1980 aveva interpretato Watson ne Il Crocifero di Sangue (versione teatrale del romanzo Il Segno dei Quattro), al fianco del grande Charlton Heston nei panni di Holmes.

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Promosso al ruolo di Sherlock, Brett si buttò a capofitto nella parte. Studiò i testi a menadito e arrivò ad inventarsi un’infanzia infelice del personaggio di cui non c’era traccia nei libri : alcuni ricordano d’averlo sentito mormorare cose tipo “Immagino abbia visto sua madre per la prima volta a otto anni…”.

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Fu Brett a conferire a Sherlock Holmes tutti quei tic e quelle nevrosi che oggi gli vengono comunemente associate: sguardo assorto e annoiato ma con improvvisi lampi d’attenzione, un modo teatrale e un po’ buffo di muoversi e gesticolare, brevi risatine quasi isteriche…

Ma attenzione: la sua era però un’esuberanza realistica e contenuta, che serviva a rendere il personaggio non più bizzarro, bensì più umano, cioè a dargli un’interiorità sofferta che, con improvvisi sprazzi d’emotività, andasse a scalfire la fredda razionalità e il rigido aplomb inglese del personaggio (che Brett rendeva comunque divinamente).

Gli interpreti successivi (Benedict Cumberbatch e Jonny Lee Miller in tv, Robert Downey Jr. al cinema) hanno preso la lezione di Brett e l’hanno portata all’estremo per ottenere l’effetto contrario e rendere il personaggio di Holmes sempre più grottesco e caricaturale, quasi un cartoon.

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Il 4 luglio 1985 la seconda moglie di Brett, Joan Sullivan, morì per un cancro al fegato. Jeremy si buttò sempre più nel lavoro, tanto che la personalità di Holmes finì per sostituirsi alla sua. Se lo sognava di notte e non riusciva più a pronunciare il suo nome, chiamandolo solo “lui” o “tu sai chi”.

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Brett con Jean Conan Doyle, figlia di Sir Arthur.

Alla fine fu ricoverato in una clinica psichiatrica, dove gli fu diagnosticato un disturbo bipolare della personalità. Le pastiglie di litio che gli furono prescritte per curare gli sbalzi d’umore lo portarono a soffrire di ritenzione idrica e aumento di peso, il che complicò la sua salute fisica già malferma.
Jeremy infatti soffriva fin da piccolo di febbri reumatiche, inoltre era nato col cuore grosso il doppio del normale (non solo metaforicamente parlando, purtroppo), il che lo costringeva a portare una bombola d’ossigeno sul set. Ciononostante continuava a mettere a repentaglio la sua salute per la recitazione, fumando pipa e sigarette, saltando sui mobili, arrampicandosi su tetti e sdraiandosi a terra per seguire tracce.
Terminata la quarta stagione, Brett apparve sugli schermi per l’ultima volta nel film Moll Flanders (con Morgan Freeman e Robin Wright, dal romanzo di Daniel Defoe), dopodiché morì d’infarto a 61 anni, il 12 settembre 1995.

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Che lui, e il telefilm di cui è stato protagonista, rappresentino la versione di Sherlock Holmes migliore e definitiva lo dimostra anche solo il semplice fatto che tutto quanto è stato fatto in seguito (lo strombazzato BBC Sherlock col tetro manichino Cumberbatch, il clone americano Elementary con l’hipster Lee Miller, i film per il grande schermo della ditta Guy Ritchie & Poveri con la macchietta Downey Jr) è solo rivisitazione moderna o variazione sul tema.

 

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Giovanni.

Immagini prese da Google. © degli aventi diritto.

 

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