ROBOCOP – Il reboot che non riavvia nè reinventa.

Quando il 1987 descrive il futuro meglio del 2014…

Quando il 1987 descrive il futuro meglio del 2014…

Quando, qualche anno fa, Darren Aronofsky disse di stare lavorando a un nuovo Robocop, ancor più violento e splatterone del primo, tutti noi pensammo che era troppo bello per essere vero, E, ovviamente, avevamo ragione. Aronofsky si diede a film più “d’autore” (The Wrestler, Il Cigno Nero) e Robocop passò a José Padilha, noto per il pregevole Tropa de Elite. Padilha disse che si sarebbe concentrato sul lato umano della storia, essendo impossibile replicare la rabbiosa creatività del film originale.

Il risultato, come tutti se l’aspettavano, lo abbiamo sugli schermi in questi giorni.

Cosa rimane del Robocop originale, celebrazione e al tempo stesso parodia dei reaganiani anni ’80, trasportato nell’era  buonista di Obama?
Semplice: rimane un modesto action fantascientifico, con una violenza contenuta, la spettacolarità nella media hollywoodiana, e gli attori bravi ma sottotono (Gary Oldman, Michael Keaton, Samuel L. Jackson). La trama è imperniata sul trito e ritrito conflitto uomo-macchina, con maggiore attenzione al primo (in questa versione, la moglie e il figlio di Alex Murphy sanno da subito della sua trasformazione) e relative, scontate, implicazioni drammatiche.
Il problema è che tutto questo era già obsoleto nell’originale dell’87. Il primo Robocop era ben lungi dall’essere una semplice variante di Frankenstein. Era soprattutto un film di Paul Verhoeven, anzi IL film di Paul Veroheven, geniale e sregolato regista olandese trapiantato ad Hollywood.
Il resto della sua filmografia made in U.S.A. parla chiaro: L’amore e il Sangue (1985), Atto di Forza (1990), Basic Instinct (1992), Showgirls (1995), Starship Troopers (1997). Verhoeven, prima e meglio di Tarantino, è riuscito a fondere la spettacolarità del cinema hollywoodiano, mainstream e ad alto budget, con esagerazioni (sia per il sesso sia per la violenza) da B-movie. Esagerazioni talmente (e volutamente) di cattivo gusto, al punto che alla fine non sapevi più se il film voleva prendersi sul serio o essere la parodia di se stesso.
In Robocop di sesso non ce n’era, ma la violenza “made in Verhoeven” era presente in modo industriale: paradossale e compiaciuta da far impallidire qualunque horror splatter.
Credo che chiunque abbia visto il film da bambino ricordi bene almeno due momenti scioccanti e, in un certo modo perverso, esaltanti: quello in cui un povero colletto bianco della Omni Consumer Product (abbreviato OCP) viene letteralmente disintegrato di pallottole dal difettoso robot ED 209, e quello in cui uno dei cattivi, ridotto in gelatina dopo un bagno nell’acido, viene spappolato da un’auto che lo investe.



Momenti che ti fanno crescere alla svelta.
Tuttavia che Verhoeven non fosse un regista dozzinale si notava da stoccate più sottili agli stilemi dell’action americano. Per esempio nel fatto che il personaggio di Bob Morton (Miguel Ferrer), creatore di Robocop e quindi uno dei “buoni”, si dilettasse in festini con coca e strippone, o che il boss sadico e psicopatico Clarence Boddicker (Kurtwood Smith) fosse un ometto di mezz’età calvo e con gli occhiali.
Ma quest’ironia genialmente perfida risplende cristallina soprattutto nel fatto che Robocop è divenuto un capolavoro della classica fantascienza distopica, quella cioè che immagina un futuro pessimista esagerando in modo sarcastico e grottesco i difetti del presente: la criminalità dilagante, il degrado morale, la popolazione anestetizzata ed instupidita dal consumismo e dalla pubblicità, la politica e la società dominate dalle multinazionali.
Tutto questo, nel nuovo film, non è presente se non in maniera assai blanda: giusto l’idea del medio oriente tenuto a bada da robot americani assemblati in Cina, e il personaggio dell’anchorman reazionario Pat Novak (interpretato da Jackson). Davvero troppo, troppo poco.
Insomma, prendete il film di Verhoeven, eliminatene i pregi, e otterrete quello di Padilha. Un remake/reboot che non replica i punti di forza dell’originale, ma nemmeno tenta nuove strade, ma si limita a riproporne la trama a grandi linee. Un film che serve solo ad amare ancor di più il prototipo, ma anche a rivalutare con più indulgenza tutto il franchise precedente che ne scaturì.
Ma di questo parleremo più avanti. Nel frattempo riascoltiamoci l’epica soundtrack di Basil Poledouris.



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 Giovanni.

2 comments to ROBOCOP – Il reboot che non riavvia nè reinventa.

  • Robocop 2: è complicato…  says:

    […] l’altra volta che il recente reboot di Robocop aveva come unico pregio quello di far rivalutare non solo il primo […]

  • ROBOCOP 3: peccato per Dekker…  says:

    […] il primo e il secondo capitolo, riesumiamo oggi il terzo capitolo (datato ’93) della saga del […]

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