ROBOCOP 3: peccato per Dekker…

 

Dopo il primo e il secondo capitolo, riesumiamo oggi il terzo capitolo (datato ’93) della saga del cyber-poliziotto per antonomasia.

Iron Man, puppa la favaaa...

Iron Man, puppa la favaaa…


Il film si apre con la Kenmitsu, megaditta giapponese (in odore di yakuza, of course), che si compra in blocco la cara, vecchia OCP, e con essa mezza Detroit.
I giapponesi decidono di radere al suolo i quartieri più degradati per far sorgere un nuovo complesso, e assoldano dei mercenari comandati dallo spietato Paul McDaggett (John Castle) per far sloggiare gli abitanti con la forza.
Robocop prima, e il resto del dipartimento poi, si ritroveranno al fianco dei cittadini sfrattati.


C’è poco da dire. Se il secondo film qualche spunto lo offriva, questo terzo capitolo è stato rifiutato da tutti, e i motivi si possono elencare facilmente:
A) Scompare l’iperviolenza grottesca che contraddistingueva la saga.
B)  Peter Weller, stanco di farsi inscatolare nell’armatura di Robocop, cede il ruolo a Robert Burke (che si era fatto notare per l’horror Demoniaca – Dust Devil, di Richard Stanley).
robocop3_3C) Nancy Allen torna nel ruolo dell’agente Lewis, ma si fa uccidere nei primi minuti di film, il suo posto come co-protagonista viene preso da Jill Hennessy (poi protagonista del telefilm Crossing Jordan, ma all’epoca pressoché sconosciuta), nei panni di una delle scienziate che si occupano della “manutezione” di Robocop.
D)Le novità che avrebbero dovuto rendere figo il film, ovvero lo zaino a razzo che permette a Robocop di volare e i robot-ninja a servizio dei giapponesi, si vedono poco e verso la fine (e non erano nemmeno interpretati da praticanti di arti marziali).

Poco marziale, ma con un sorriso accattivante...

Poco marziale, ma con un sorriso accattivante…

Ma se c’è poco da aggiungere per quanto riguarda la pellicola, vale la pena di spendere qualche parola per il suo regista, quel Fred Dekker che, per i cultori duri e puri del cinema anni ’80, rappresenta uno di più grandi “ma che peccato…” di sempre.

è stato bello, finché è durato...

è stato bello, finché è durato…


Dekker aveva all’attivo due interessanti sceneggiature. Una per Chi è sepolto in quella casa?, horror ironico sul modello de La Casa di Sam Raimi,

un’altra per Un agente segreto al liceo, parodia giovanilistica di 007,

e aveva inoltre firmato il soggetto dell’action-thriller con Denzel Washington Verdetto Finale (poi sviluppato in sceneggiatura da Steven “Die Hard” De Souza e diretto da Russell “Highlander” Mulcahy).


Come regista aveva invece diretto due soli titoli, flop al botteghino, ma divenuti due cult assoluti (in patria, perlomeno) nel corso degli anni.
Il primo era Dimensione Terrore (Night of the Creeps, 1985), gustoso omaggio al fantahorror anni ’50, tra L’Invasione degli Ultracorpi e La Notte dei Morti Viventi.


Il secondo era Scuola di Mostri (Monster Squad, 1987), scritto dall’amico Shane Black (autore di Arma Letale e regista di Iron Man 3). Spacciato dal titolo italiano per una demenzialata alla Scuola di Polizia, era in realtà un delizioso film d’avventura per ragazzi sul modello de I Goonies, ma che omaggiava al contempo i mostri dell’horror classico (Dracula, Frankenstein ecc.).


Insomma, Dekker era uno promettente, e non meritava di sparire nel nulla per il fiasco di Robocop 3. Anche perché, perfino in quest’ultimo film, tutto aveva fatto fuorché un cattivo lavoro.
Da un lato, ha limato le impennate di follia di Frank Miller e Walon Green (riconfermati allo script dopo il secondo capitolo) e dall’altro ha confezionato un onesto film d’intrattenimento holywoodiano agendo dove un regista può agire (ritmo, messa in scena…).
E non è nemmeno vero che non è rimasto nulla della follia iconoclasta del primo film targato Paul Verhoeven: la violenza trucida è sì sparita, ma non lo spirito irriverente e politicamente scorretto.
Eccolo infatti tornare in almeno due scene: quella in cui i manager della OCP si suicidano gettandosi dalla finestra (come a Wall Street ai tempi della Grande Depressione) e quella  in cui i poliziotti licenziati dalla Kenmitsu raggiungono i cittadini ribelli, li nominano agenti del dipartimento di Detroit, e insieme affrontano i teppisti punk arruolati dai giapponesi per dar manforte ai mercenari di Dagget. Un po’ come se il carabiniere italiano aiutasse il negoziante con la vetrina sfasciata a linciare il no-global coccolato dagli intellettuali radical-chic. L’Ispettore Callaghan e Il Giustiziere della Notte portati alle estreme e naturali conseguenze.

Insomma, un sequel inferiore alle aspettative? Sì. Un insulto a tutto quanto fatto prima? No. Un crimine per cui il regista debba rimetterci la carriera? Men che meno.

robocop fly
Giovanni.

Immagini prese da Google. © degli aventi diritto.


PS.

Dekker non è del tutto scomparso. Ha lavorato di sfuggita alle serie tv Tales From the Crypt e Star Trek: Enterprise. Di recente ha dichiarato di stare lavorando ad un thriller apocalittico. Vogliamo fargli un bel “in bocca al lupo” ?

 

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