Perchè ci piacciono le storie?

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 Tutti noi, innegabilmente, siamo attratti dalle storie. Andiamo al cinema per vedere in che modo il nuovo Spiderman affronterà i cattivi, corriamo in libreria per leggere il proseguo del Trono di Spade e ascoltiamo attentamente i nostri nonni mentre ci raccontano le avventure di quando erano giovani.

Capire il perché siamo tanto affascinati dalle esperienze di un’altra persona, che sia vera o inventata, è sempre stato uno dei grandi interrogativi dell’uomo. In molti hanno provato a dare una spiegazione a questo bisogno umano, ma solo in pochi sono riusciti veramente a scoprire e a catalogare i meccanismi che fanno funzionare una narrazione. Una di queste persone è Joseph Campbell.

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Joseph Campbell

 

Non è necessario spiegare nei dettagli chi è Joseph Campbell, perché toglierebbe spazio al vero argomento di questo articolo. Vi basti sapere che è stato uno dei più grandi psicologi statunitensi del XX secolo: grande studioso della mitologia e della religione comparata, è stato colui che ha cercato di catalogare tutte le similitudini tra le mitologie e religioni di tutti i popoli della terra e della storia, nonché è stato uno dei primi ad affermare che esistono degli elementi comuni presenti in ogni fiaba, leggenda, libro o film.
Il concetto è molto semplice. Se esistono delle affinità per ogni narrazione, significa che queste sono estremamente importanti per l’uomo. È come se tutti i racconti avessero qualcosa di cui la gente ha assolutamente bisogno. Le storie ci fanno ridere, piangere, alcune volte ci lasciano letteralmente sgomenti, altre invece ci portano in mondi che solo i sognatori hanno mai avuto accesso. Dopo queste esperienze le persone si trovano arricchite di un qualcosa che non saprebbero spiegare. “La mitologia e il rito hanno sempre avuto la fondamentale funzione di fornire i simboli che aiutano il progresso dello spirito umano, da contrapporre a quelle altre immagini costanti che tendono ad arrestarlo” spiega Campbell nel suo libro più famoso, L’eroe dai mille volti. I simboli di cui parla non sono altro che dei mezzi psicologici che aiutano l’uomo a crescere e a fare esperienze anche quando i miti e le storie che li propongono sono irrealistici o di natura fantastica, come i minotauri, le sirene e le fate. Nonostante il mondo di Harry Potter non esista, quando leggiamo i suoi libri o vediamo i suoi film ci pare tutto plausibile e reale: questo significa che non sono gli elementi in sé che ci affascinano, ma sono i simboli e i significati che ci trasmettono ad essere estremamente importanti per la nostra psiche. Siccome tutti indistintamente capiamo inconsciamente il valore di questi simboli, possiamo parlare di rappresentazioni simboliche universali.

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Un esempio di travestimento simbolico in un rito di passaggio.

 

La struttura normale di una storia è formata da tre grandi fasi: la fase iniziale, lo svolgimento (o la complicazione) e il finale (o la risoluzione). Secondo Campbell, questo schema base non è altro che l’evoluzione logica e narrativa degli antichi riti di passaggio delle civiltà passate, in cui un fanciullo doveva superare delle prove per diventare finalmente un membro adulto. La struttura delle prove consisteva in una separazione dalla madre (o dal villaggio), l’iniziazione (o le prove da affrontare), e infine il ritorno (o rinascita). In molte civiltà, tra cui anche quella degli indiani d’America, non appena un fanciullo superava la prova poteva scegliere un nuovo nome, proprio per dimostrare di essere divenuto una persona nuova. Lo scopo finale dei riti di passaggio era proprio quello di eliminare le tendenze, gli affetti e le abitudini dello stadio precedente, cercando così di sviluppare e rendere adatta per la comunità la psicologia della persona. “Moltissimi dei simboli e delle immagini di questi riti corrispondono a quelli che si presentano automaticamente in sogno al paziente psicoanalizzato nel momento in cui questi comincia a staccarsi dalle fissazioni infantili ed avanzare nel futuro.” La lenta abolizione dei riti di passaggio, fino alla quasi completa scomparsa nel mondo attuale, ha provocato molti danni a livello psicologico. Molte persone fanno fatica a eliminare le fissazioni e le psicosi proprie dell’infanzia, arrivando fino a tarda età ad avere ancora disturbi di questo genere. Questo perché si è privato all’inconscio i simboli universali che, tramite le prove iniziali, avrebbero nutrito la psicologia del ragazzo per renderlo finalmente un uomo completo. “Evidentemente questi simboli sono indispensabili alla psiche, tanto che, quando non vengono forniti dall’esterno, mediante il mito e i riti, si sviluppano autonomamente dentro di noi e si presentano a noi nel sogno” afferma Campbell.
L’inconscio non è nient’altro che un grande ripostiglio dove confiniamo le nostre paure represse, i nostri demoni sgraditi e le situazioni terrificanti che non siamo ancora riusciti a sconfiggere o che cerchiamo di ignorare, sperando che scompaiano da sole. Non appena dormiamo, però, questi simboli ci tormentano nei nostri sogni: finché non supereremo questi ostacoli non ci sarà altro modo per scacciarli. Potrebbero essere vecchi traumi, alcuni fatti personali sgradevoli accaduti nel passato, o più semplicemente archetipi universali che tutti noi dobbiamo affrontare.
Carl Jung, psichiatra, psicoanalista e antropologo svizzero, definì gli archetipi “personaggi o forze ricorrenti che si riaffacciano nei sogni di tutti e nei miti di tutte le culture.” Jung affermò che questi archetipi riflettono differenti aspetti della mente umana e che la nostra personalità si spartisce tra questi personaggi per mettere in scena la storia della nostra vita. Sono personaggi e situazioni fissi che continuano a riproporsi ciclicamente: una volta sotto sembianze di grandi draghi, un’altra come degli orchi, altre volte ancora come trafficanti di droga colombiani. Non importa la forma che abbiano, ma quello che conta è il significato psicologico che ci trasmettono.
Studiando tutto questo non si può fare a meno di notare le connessioni che esistono tra i sogni e le storie. Campbell disse che “il sogno è la versione individuale del mito, il mito è la versione collettiva del sogno.” I drammaturghi, gli scrittori, i registi, i fumettisti hanno inconsciamente compreso i significati psicologici dei vari archetipi, e li trasformano costantemente nei personaggi delle loro storie. E siccome tutti questi sono simboli universali e compresi da ogni uomo su questa terra, possiamo infine giungere ad una conclusione: tutte le narrazioni, che siano film, fumetti, romanzi o racconti, non sono nient’altro che il rifacimento della stessa identica storia, raccontata ogni volta con dettagli differenti. Spiderman, Harry Potter, il re spartano Leonida, Tarzan e Lara Croft sono tutti versioni differenti dello stesso identico archetipo. Comprendere questo sta alla base di quella che definiremo l’anatomia di una storia e che approfondiremo successivamente.

"La strage dei pretendenti", di Gustav Schwab. Narrativamente Ulisse può essere considerato il primo eroe moderno.

“La strage dei pretendenti”, di Gustav Schwab. Narrativamente Ulisse può essere considerato il primo eroe moderno.

 

In conclusione, perché abbiamo bisogno delle storie?
Perché sono un modo per capire noi stessi. Tramite l‘immedesimazione nei personaggi delle storie che leggiamo, ci catapultiamo volontariamente in universi dove gli orchi di Mordor, i nazisti vampiri, i Sith di Guerre Stellari o i mafiosi italo-americani non sono nient’altro che le rappresentazioni psicologiche dei nostri mostri personali. I protagonisti delle storie che seguiamo non fanno altro che indicarci il cammino per sconfiggerli o consigliarci i trucchi per batterli. Nelle tragedie greche o nella passione cristiana, ad esempio, gli eroi muoiono per purificarci (la catarsi). Nelle commedie commettono essi stessi gli errori che poi cercheranno in tutti i modi di rimediare. Il confine minore tra il personaggio e l’uomo è stato raggiunto con moderni videogiochi: lo spettatore non si limita solo, con l’immedesimazione, a seguire gli ostacoli già impostati dalla storia, ma ne ha anche un particolare controllo decisionale. Non limita solo a insegnarci come superare gli ostacoli, ma il videogioco costringe lo spettatore a pensare come risolverli, senza che però l’universo giocato sia reale.
Conoscere il significato e l’enorme influenza che può avere una storia è fondamentale per lo scrittore. Molte persone cominciano a scrivere senza sapere nulla di tutto questo, e nonostante tutto creano narrazioni avvincenti e di grande successo. Questo perché non sono formule matematiche, e nemmeno abilità innate delle persone creative, come spiegheremo più avanti. Tutti possono creare una storia semplicemente sedendosi davanti a un computer e cominciando a scrivere, ma conoscere gli strumenti del mestiere non può essere altro che un vantaggio.

Leo.

One comment to Perchè ci piacciono le storie?

  • Come creare una storia  says:

    […] scrittore, regista, o anche un semplice appassionato. Abbiamo cercato di rispondere alla domanda “Perché ci piacciono le storie?” e con l’articolo “come avere un’idea originale” abbiamo dato qualche consiglio […]

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