Padania is the new Transylvania: La Casa dalle Finestre che Ridono

In cui ricordiamo Lino Capolicchio e Gianni Cavina, da poco scomparsi, con il cult horror-thriller di Pupi Avati, che ci ha insegnato come la pianura padana possa essere sorprendentemente inquietante. Potete chiedere anche a noi bresciani…

Sono venuti a mancare, a pochi mesi di distanza, due grandi attori del cinema italiano, seppur poco noti alle nuove generazioni, Lino Capolicchio (21 agosto 1943 – 3 maggio 2022) e Gianni Cavina (9 dicembre 1940 – 26 marzo 2022).

Lino Capolicchio e Gianni Cavina

Il primo è noto per Il Giardino dei Finzi Contini, il capolavoro di Vittorio De Sica tratto dal romanzo di Giorgio Bassani, il secondo per essere stato uno degli attori feticcio di Pupi Avati, anche se probabilmente i più lo conoscono come Gabriele, l’amico donnaiolo di Lino Banfi nella commedia sexy Cornetti alla Crema.
Tuttavia noi vorremmo ricordarli con un film che li ha visti entrambi protagonisti, una pellicola arcinota tra i cinefili quanto pressoché sconosciuta al pubblico generalista (dati anche i passaggi televisivi a orari assurdi), “La Casa dalle Finestre che Ridono” (1976), diretto per l’appunto da Pupi Avati.

Ogni volta che penso a quel film mi torna in mente una teoria di una mia amica illustratrice. A suo dire (e mi trova d’accordo) la provincia di Brescia è sostanzialmente una versione mignon degli Stati Uniti. Il lago di Garda e d’Iseo sono la California e la Florida , mete balneari per turisti e gente coi soldi. Le zone di campagna tipo Orzinuovi sono gli stati rurali come il Kansas o l’Alabama, con campi e fattorie e poco altro. I paesi industriali come Lumezzane sono Detroit, con le sue acciaierie e le sue fabbriche. La Val Trompia è come le Montagne Rocciose, coi montanari diffidenti verso i forestieri. Infine, la bassa bresciana (Manerbio, Pontevico, e tutti quei paesi verso Cremona) è chiaramente la Louisiana, lercia e paludosa, ma con in più lo spirito del Maine dei romanzi di Stephen King, con la nebbia-killer, i mostri nelle fogne, i serial killer della porta accanto eccetera.

Li sentite gli ululati?

Ecco, quest’ultimo parallelismo deve averlo fatto anche Avati pensando alla sua Emilia. Tutti lo conoscono e lo amano per il suo cinema familiare, nostalgico, sentimentale (sulla falsariga di Amarcord di Fellini), eppure il genere in cui ha sempre sfoggiato il massimo della creatività è sempre stato il cinema “di paura”. Che però è pure quello a cui s’è dedicato di meno, dirigendone in media un solo film per ogni decennio.
Il primo è stato appunto La Casa dalle Finestre che Ridono. Poi è stata la volta di Zeder (1983), con Gabriele Lavia, geniale storia di zombi di ambientazione padana che molti sospettano abbia ispirato Pet Sematary – Cimitero Vivente di Stephen King (entrambi si basano sull’idea di particolari terreni in grado di rianimare i cadaveri).


Nel 1996 ecco L’Arcano Incantatore, con Stefano Dionisi, macabra storia di esoterismo nell’Italia del 1600.

Nel 2007 ecco Il Nascondiglio, con Laura Morante, dove Avati rielabora un’idea alla base anche della sceneggiatura che scrisse per Dove Comincia La Notte (1992), di Maurizio Zaccaro.

Infine, nel 2019 ecco Il Signor Diavolo, dover ritroviamo Capolicchio e Cavina di nuovo insieme per l’ultima volta.

La Casa…” resta comunque l’horror di Avati di più importante e apprezzato, tanto da aver segnato la nascita del termine “gotico padano”.

Stefano (Capolicchio) è un giovane restauratore chiamato in un paesino della bassa emiliana per restaurare, in una chiesetta sconsacrata fuori città, un affresco raffigurante il martirio di san Sebastiano. L’affresco era stato dipinto poco prima della guerra da un pittore pazzo morto misteriosamente vent’anni prima, tale Buono Legnani, che era soprannominato “il pittore d’agonie” perché aveva il brutto vizio di dipingere la gente sul letto di morte.

Preso alloggio in paese, Stefano si imbatte in un suo vecchio amico, il giornalista Antonio Mazza (Giulio Pizzirani), il quale gli confessa che è stato proprio lui a premere perché gli fosse affidato il restauro. Antonio infatti sta seguendo una pista di cronaca nera e, se ci ha visto giusto, quell’affresco è la chiave per svelare una spaventosa serie di delitti che porta a una “casa dalla finestre che ridono”.

Stefano non la prende sul serio, e preferisce flirtare con la nuova maestrina (Francesca Marciano), ma la sera dopo Antonio muore cadendo dalla finestra di casa.

I carabinieri si sbrigano ad archiviare la sua morte come suicidio; tutti in paese sapevano che aveva attraversato un periodo di depressione per via della rottura con una sua ex.
Ma Stefano non ci crede e con l’aiuto di Coppola (Cavina), tassista ubriacone, cerca di venire a capo del mistero.

Il film fu scritto a otto mani dallo stesso Avati, da suo fratello Antonio, da Cavina e da Maurizio Costanzo (sì, lui). La loro trovata geniale (dovuta anche alla scarsità di fondi per girare all’estero), è stata quella di creare una straniante atmosfera “anti-gotica” ambientando un horror in uno scenario familiare e tranquillo come l’assolata e sonnacchiosa campagna emiliana.

Paura? Ne avrete…

La classica campagna dove il paese è piccolo, la gente mormora, tutti conoscono gli scheletri nell’armadio di tutti, ma nessuno parla.
Il fatto che questi scheletri non siano metaforici ma reali genera il classico senso di angoscia e paranoia dovuto all’essere soli e senza aiuto (come mostrato in altri capolavori horror come Rosemary’s Baby o The Wicker Man).

Scheletri nell’armadio

Ma soprattutto fa sì che i tipici personaggi di provincia – il sindaco di bassa statura che s’atteggia a cumenda, l’albergatore cornuto, il maresciallo idiota e svogliato, la vecchietta che non ci sta più con la testa, il sagrestano scemo del villaggio (interpretato da Pietro Brambilla, nipote di Ugo Tognazzi) – che normalmente apparirebbero come macchiette comiche, qui assumano davvero un’aria bizzarra e inquietante: è il “grottesco” nel pieno senso del termine, ovvero “deforme e innaturale, paradossale e inspiegabile, in grado di suscitare reazioni contrastanti, dal riso all’indignazione” (cit. Oxford Languages).

“BUH!”

Certo, il film non è perfetto e mostra i suoi anni: il ritmo è lento e certe ombre furtive e alcuni scricchiolii sinistri risultano superflui, ma la soluzione del mistero vale l’attesa, e il colpo di scena finale è davvero indimenticabile.

All’epoca il film fu notato dalla stampa (ebbe il premio della critica Festival Du Film Fantastique di Parigi), meno dal pubblico, salvo poi diventare un cult grazie ai numerosi passaggi televisivi a notte fonda. Nel 2001 è stato acquistato dalla 20th Century Fox che l’ha restaurato e distribuito in Dvd.

Giovanni

Immagini prese da Google. © degli aventi diritto.

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