Joker Leone D’Oro? Ridi, Pagliaccio!

Più un cinecomic è poco “comic” e più viene incensato. C’è poco da stare allegri…

OK, l’abbiamo saputo tutti. Joker, il film sulle origini della nemesi di Batman, diretto da Todd Phillips (Una Notte da Leoni) ma pesantemente supervisionato da Martin Scorsese, ha vinto il Leone D’Oro a Venezia.
Il film è un capolavoro assoluto, Joaquin Phoenix è il più grande attore di tutti i tempi, bla bla bla…

Ma cosa sappiamo da quanto è trapelato dal trailer e da vari rumors?
Che la pellicola non ha nulla da spartire con la genesi del personaggio come narrata nei fumetti, e che gli unici legami con la pagina disegnata sono la presenza di Thomas Wayne (interpretato da Brett Cullen, lo sceriffo Sam Cain de I Ragazzi della Prateria), un piccolo Bruce (che, data la differenza d’età, da grande menerà un Joker con dentiera e catetere), e il loro maggiordomo Alfred.

Riguardo Joker, scopriamo che si chiama Arthur Fleck, e che diventa malvagio perché è troppo attaccato alla madre, come Norman Bates di Psycho, e perché è stato bullato dal mondo intero, come… beh TUTTI i serial killer di cinema e tv (praticamente una puntata di Criminal Minds gonfiata per il grande schermo).

Insomma, un altro Joker triste, come Heath Ledger ne Il Cavaliere Oscuro. E manco quello mi era andato a genio.
So che per molti criticare Ledger (e il film di Nolan in generale) è una bestemmia, ma per come la vedo io non puoi inserire un character come il Joker in un contesto da poliziesco noir perfettamente realistico, perché così facendo privi il personaggio di una componente fondamentale senza la quale non è più lui: la buffoneria.

Da questo punto di vista, il Joker migliore rimane Jack Nicholson. Non solo perché il vecchio Jack era nato per il ruolo, ma anche per una questione di completezza.
Il Batman di Tim Burton è ancora quello che mostra meglio tutte le sfaccettature dello storico villain.
Il Joker è una via di mezzo tra un gangster (Nicholson fa la pelle a Jack Palance e prende il controllo della mala di Gotham), un maniaco col pallino per l’omicidio di massa (avvelena i prodotti dei supermarket), un teppista anarchico (l’irruzione vandalica al museo) e un comico da strapazzo.

Nel Joker di Ledger emergono solo il serial killer e l’anarchico: non ambisce a diventare boss, poiché ha una visione del mondo così squallida e nichilista da fare di lui uno sbandato senza alcuna ambizione, e men che meno ci pensa lontanamente a coltivare velleità da cabarettista.

Ma, soprattutto, il Joker di Nolan è più che altro il Carnage di Spider-Man: un sadico che vuol vedere bruciare il mondo, e basta. Il VERO Joker si crede anche uno showman, quindi concepisce il crimine come uno spettacolo che gravita intorno a ciò che più d’ogni altra cosa attira l’attenzione e le emozioni umane: la paura della morte.
Joker/Ledger usa armi banali come pistole, coltelli, C4. Joker/Nicholson usa palloni con gas esilarante, anelli elettrici a 10mila volt, fiori all’occhiello che spruzzano acido… insomma, scherzi da bambini tramutati in armi, il che denota una mente più contorta e perversa (alla faccia di quei geni che dicono che Ledger “fa più paura perché è più realistico”).

Joker/Ledger rapisce cittadini e galeotti e li costringe al gioco delle due navi perché un gruppo elimini l’altro.
Joker/Nicholson organizza una parata tipo carnevale di Rio, getta soldi alla folla, libera il gas Smilex, e si gode lo spettacolo dei bravi cittadini di Gotham che si azzannano a vicenda.
In entrambi i casi l’intento è il medesimo, dimostrare che “homo homini lupus”, ma il metodo di Nicholson ha più ironia e più senso dello spettacolo.

E poi, c’era bisogno di scomodare un villain dei fumetti per un film che è in realtà una summa del cinema di Scorsese (da Taxy Driver a Re Per Una Notte)? Qui si è voluto sfruttare qualcosa di già noto solo per attirare il pubblico.

Certo, il fatto che sia fedele o meno all’opera a cui si ispira, non pregiudica la qualità di un’altra opera. Quando Walter Hill scrisse la sceneggiatura di Getaway di Sam Peckinpah tradì il finale del romanzo di Jim Thompson, eppure sia il libro sia il film sono ottimi. Lo stesso dicasi per Shining romanzo di King e Shining film di Kubrick.

Eppure, quando penso a pellicole come i Superman con Christopher Reeve (almeno i primi due) o gli Spider-Man di Sam Raimi (almeno i primi due), penso a film che apprezzo perché ben scritti e ben girati, ma che AMO perché tra storia, costumi, scenografie, colori, inquadrature eccetera, riescono a farti respirare davvero la stessa aria della pagina disegnata.

 

Insomma, se prendi un romanzo o un fumetto e ne trai un buon film, bene. Se lo fai senza modificare troppo la materia originale, meglio.

Invece film come Il Cavaliere Oscuro o Joker sono film fatti da gente a cui non frega niente dei fumetti (li usa come esca per far abboccare il pubblico per poi dargli altro) per gente a cui non frega niente dei fumetti.

Il motivo per cui operazioni simili vengono osannate anche dai lettori è abbastanza semplice. Malgrado i cinecomics siano diventati il genere d’intrattenimento hollywoodiano per eccellenza (come il western una volta), il fumetto continua ad essere percepito come roba da bambini o da nerd.

Il lettore quindi spera sempre che gli altri media, come il cinema e la tv, possano riuscire là dove lui ha sempre fallito, cioè convincere i suoi parenti ed amici che un fumetto, malgrado maschere, costumi, e situazioni inverosimili, può comunque essere un prodotto intelligente ed adulto, con messaggi non banali e personaggi ben approfonditi. E, pur di ottenere tutto questo, sono disposti ad accettare qualunque tradimento, o “interpretazione” come si usa dire oggi.

Ecco allora serie tv come Smallville, dove Superman diventa un Dawson’s Creek con gli alieni, e film come Il Cavaliere Oscuro, dove Batman diventa un normale action-noir, o Joker, dove il clownesco principe del crimine di Gotham (uno che avvelena i pesci col gas esilarante per rivendicarne il copyright sul mercato ittico), diventa uno psicodramma da bassifondi con ambizioni di critica alla società.

Saranno pure dei buoni prodotti, ma rafforzano l’idea che un fumetto, per essere trasposto in altri media, dev’essere preso come spunto alla lontana per creare qualcos’altro. Poiché un qualcosa di troppo simile alla pagina disegnata sarà ridicolo e infantile, dato che ogni fumetto è, per sua natura, ridicolo e infantile.

Paradossalmente, il successo di operazioni come Joker è una sconfitta per il fumetto come linguaggio, forma d’arte, e mezzo di comunicazione.
Cari nerd, abbiamo perso la guerra, l’abbiamo persa male, e stiamo pure qui a gioirne convinti di aver vinto. Sigh…

 

Giovanni

Immagini prese da Google © degli aventi diritto.

 

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