Il grande dimenticato: “Il Mucchio Selvaggio” 50 anni dopo.

Nel giugno di 50 anni fa, usciva nelle sale Il Mucchio Selvaggio, l’ultimo grande western classico, nonché il film con cui il (cattivo) maestro Sam Peckinpah si rimboccò le maniche e mise in riga tutti i registi di questo mondo su come si girano le scene d’azione. Oggi, che si vocifera di un remake affidato a Mel Gibson, ripercorriamo la storia dell’originale e del suo regista.

 

Ultimamente, proprio nel cinquantennale del film (1969-2019) si parla di un remake de Il Mucchio Selvaggio. La regia dovrebbe essere di Mel Gibson e tra gli interpreti dovrebbero figurare Michael Fassbender, Jamie “Django”Foxx, e Peter “Lannister” Dinklage.

Come? Non avete mai sentito nominare Il Mucchio Selvaggio?!?

Beh, non mi stupisce. Cosa si può pretendere da una generazione che non ricorda nulla che sia stato girato prima di Matrix?
Scherzi a parte, se mai è esistito un regista tanto fondamentale quanto dimenticato, quello è
Samuel David Peckinpah (1925-1984). E se mai un film si può definire “capolavoro” nel verso senso del termine (cioè di “lavoro a cui fare capo”, un modello con cui gli autori successivi devono per forza confrontarsi), quello è il suo Mucchio Selvaggio.

Fino a qualche tempo fa era introvabile, esaurito in videocassetta e trasmesso in tv sempre a notte fonda. Poi, nell’89 uscì l’edizione “Director’s Cut”: le scene mai viste al cinema furono re-integrate. Quest’ultima versione è poi stata restaurata nel ’94 e distribuita in VHS con le scene inedite sottotitolate in italiano.
Dalla primavera del 2006 è uscita in doppio Dvd e Blu-ray
Warner Home Video completamente ridoppiata.

Attualmente il Blu-ray risulta esaurito, ma in compenso è disponibile una seconda edizione Dvd targata A&R Productions con il doppiaggio originale dell’epoca.

 

A partire da destra: Vhs, Dvd e Blu-Ray Warner, Dvd A&R

 


1913: dopo una sanguinosa rapina rivelatasi una trappola, una banda di fuorilegge capeggiata da Pike Bishop (William Holden) e dal suo braccio destro Dutch Engstrom (Ernest Borgnine) si rifugia in Messico, inseguiti dai cacciatori di taglie al soldo della compagnia ferroviaria, e guidati dall’ex-membro del mucchio Deke Thornton (Robert Ryan), passato dalla parte della legge solo per evitare le frustate della galera. Una volta in Messico, per una serie di circostanze, i banditi accettano di assaltare un carico d’armi per conto del sanguinario generale Mapachi (interpretato dal regista messicano Emilio Fernandez), che combatte i ribelli di Pancho Villa.
(SPOILER)
Il colpo riesce, ma il più giovane della banda, il messicano Angel (Jaime Sànchez), a cui Mapachi uccise il padre, dona una cassa di fucili ai ribelli, e per questo viene torturato e sgozzato. Allora i suoi compari, stanchi e nauseati, lo vendicheranno nella più sanguinosa e apocalittica sparatoria del cinema di tutti i tempi, da cui non uscirà vivo nessuno.
(FINE della trama e degli spoiler)

Con questo film Peckinpah ha “ucciso” il western (mettendo a nudo elementi tabù come il sangue e la crudeltà) e al tempo stesso l’ha resuscitato (tracciando una strada di cui hanno fatto tesoro i registi successivi).
Nel film ci sono 3643 inquadrature (record imbattuto per un film a colori) in un montaggio frenetico che mescola accelerazioni, ralenti e flash quasi impercettibili a occhio nudo.

Tutti i registi action del nostro tempo, da John Woo (Face/Off, Mission: Impossible 2) a Walter Hill (48 Ore, Danko), da Kathryn Bigelow (Point Break) a Michael Mann (L’Ultimo dei Mohicani, Heat:la sfida) hanno elaborato la propria tecnica studiando, analizzando e omaggiando il capolavoro di Peckinpah.

Tuttavia il film, come il suo regista, è sempre stato piuttosto “boicottato” dalla memoria collettiva (molti dai trent’anni in giù non l’hanno mai sentito nominare).
Questo forse per le polemiche che suscitò a suo tempo: gli estremisti di destra lo criticarono per il modo impietoso in cui dipinse i militari ottusi, e quelli di sinistra fecero altrettanto per il pessimismo di fondo nei confronti del “progresso” e della “società civile”.
Eppure è questa l’essenza del cinema di Peckinpah: una riflessione da manuale sul conflitto tra il passato (con le sue colpe) e il progresso (con le sue vittime), tra l’ipocrisia del mondo (che chiama per l’appunto “progresso” gli interessi del potere di turno) e la morale individuale dei banditi (che si fanno scudo di donne e bambini senza troppi problemi, ma sono anche pronti a morire per l’amicizia e la parola data), e più in generale sul rapporto tra l’uomo e la violenza che fa sembrare barzellette i film di Sergio Leone (anche se pochi critici italiani ebbero il coraggio d’ammetterlo).

Insomma, nell’epoca del ’68, dei grandi cambiamenti, e della nuova Hollywood di Coppola, Scorsese, Spielberg ecc., Peckinpah è stato l’unico a sognare il ritorno a un cinema puro e primitivo, e a volere che il pubblico ragionasse con la propria testa. E ne ha pagato le conseguenze.
Non è diventato ricco come Spielberg, né venerato come Leone. È morto nell’84 a 59 anni, solo, povero e dimenticato, ma abbandonando in extremis droga e alcol, dimostrando di saper morire come uno di quei veri uomini di cui cantava le gesta.

 

“Così, se sono fascista solo perché penso che gli uomini non siano stati creati uguali, allora d’accordo: sono fascista. Ma detesto il termine, così come detesto quella specie di ragionamento che etichetta questa opinione come fascismo. Non sono un anti-intellettuale, sono contro quei falsi intellettuali che si rotolano come cani nella loro diarrea verbale chiamandola scopo o identità. Un intellettuale che trasforma il suo intelletto in azione, quello è un essere umano perfetto.”



Di lui ci rimangono i suoi film: non solo Il Mucchio, ma anche Sierra Charriba, con Charlton Heston,  Getaway con Steve McQueen, Cane di Paglia con Dustin Hoffman, e Pat Garrett & Billy the Kid, con la colonna sonora di Bob Dylan tra cui “Knockin’on Heaven’s Door” (rifatta anche dai Guns’N Roses).

Fino all’ultimo film, il thriller spionistico Osterman Week-end (1983), con Rutger Hauer. Il film era targato Peter Davis & William Panzer, di lì a poco produttori di Highlander, i quali nell’ingaggiare il regista lo descrissero nel modo più calzante:

Peckinpah, noi crediamo che lei sia un criminale. Ma è un criminale con un sacco di talento”.

E con i suoi film ci rimangono i suoi personaggi: cattivi e incattiviti dalla vita, perdenti fieri di essere in torto e lieti di andare incontro all’autodistruzione, eroi un po’ per caso, un po’ per tornaconto, e un po’… beh, un po’ perché il resto del mondo non era tanto migliore di loro.

“Let’s Go?”

“Why Not?”

Giovanni

Immagini prese da Google. © degli aventi diritto.

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