Hercules: fu vero trash?

Esattamente vent’anni fa, il 22 novembre 1999, andava in onda negli USA l’ultima puntata di Hercules: The Legendary Journeys. La serie che (insieme al suo spin-off Xena) ha sdoganato il genere fantasy in tv.
Ritenuto da molti una cafonata ignorante, è in realtà l’opera con cui Sam Raimi ha portato avanti quella sua poetica cazzaro-citazionista che aveva già sfoggiato nel cinema horror. Ripercorriamone la storia.

QUESTA È LA STORIA DI UN TEMPO LONTANISSIMO…

All’inizio degli anni ’90 Sam Raimi era ancora lontano dal diventare, grazie ai fasti della trilogia di Spider-Man (o almeno i primi due) uno dei più influenti registi di Hollywood, ma s’era già guadagnato il suo zoccolo duro d’estimatori grazie alla trilogia di Evil Dead, nota in Italia come La Casa, La Casa 2 e L’Armata delle Tenebre) e a Darkman, con gli allora poco conosciuti Liam Neeson e Frances McDormand; quattro capolavori a basso costo in cui s’era dimostrato bravissimo a fondere il registro comico e quello serio laddove inseriti in un contesto horror o fantastico, proprio come i suoi grandi amici (e co-inquilini ai tempi dell’università), i fratelli Joel e Ethan Coen, erano riusciti a fare col thriller-noir.

Raimi con Liam Neeson sul set di Darkman (1990)

Forte di questi risultati, nel 1994 riuscì a convincere la rete tv della Universal a produrre un suo vecchio pallino, un progetto coltivato con lo sceneggiatore Christian Williams (proveniente dalla mitica serie poliziesca Hill Street Giorno e Notte): una serie tv sulle mirabolanti avventure del forzuto semidio Hercules, figlio di Giove, re degli dèi greci, e dell’umana Alcmena, perennemente alle prese con mostri, tiranni, signori della guerra, bande di briganti, e soprattutto con le perfide macchinazioni degli altri dèi, primi tra tutti la matrigna Giunone, regina dell’Olimpo, e il fratellastro Marte, dio della Guerra.

IL TEMPO DEI MITI E DELLE LEGGENDE (TIPO ANTHONY QUINN E GERRY CONWAY)…

La serie ebbe un successo superiore alle aspettative. Dapprima furono prodotti cinque film per la tv da un’ora e mezzo, poi (dal 1995 al ’99) sei stagioni regolari per un totale di 115 episodi dalla durata televisiva standard di 40/45 minuti l’uno.

Williams fu accreditato come unico ideatore della serie, Raimi e il suo socio di sempre, Rob Tapert (poi marito di Lucy Lawless/Xena), come produttori esecutivi, mentre il loro compositore di fiducia, Joseph Lo Duca, firmò le musiche.

Sceneggiature e regia furono affidate a vari, onesti professionisti del mondo della tv, ai quali si sarebbe poi aggiunto in qualità di consulting producer Gerry Conway, storico sceneggiatore di fumetti come L’Uomo Ragno o Conan il Barbaro, creatore di The Punisher, e più di recente produttore esecutivo di Law & Order: Criminal Intent.

Per il ruolo del protagonista la scelta ricadde sul lunghissimo (è alto 1 metro e 97), muscoloso e abbronzato ex-modello italo-americano Kevin Sorbo, attore non molto espressivo ma simpatico, e attorniato da un cast parecchio indovinato.

Michael Hurst, attore neozelandese già noto in patria, nei panni del fido amico Iolao, è un gran compare alla Bud Spencer/Terence Hill.


La leggenda di Hollywood Anthony Quinn (apparso solo nei primi tv-movie) è un Giove godereccio e farfallone.

La bella Alexandra Tydings è una Venere frivola e sciupamaschi.

Robert Trebor è il mercante trafficone Salmoneo.

Bruce Campbell (attore feticcio di Raimi e protagonista della saga di Evil Dead) è il ladro gentiluomo Autolico, con tanto di baffetti e completo verde alla Robin Hood.

Infine, Kevin Smith, attore australiano solamente omonimo del regista di cult come Clerks e Dogma, è un Marte supercattivo divertente e sopra le righe. Purtroppo, il povero Smith è deceduto nel 2002, in un incidente sul set di un film che stava girando a Hong Kong.

Come già si può intuire dal cast di contorno, l’Hercules interpretato da Sorbo ha poco a che vedere con quello della leggenda: non un eroe come lo intendevano i greci (spavaldo e impulsivo), bensì un Superman dell’antichità, gentile e ironico, non privo di dubbi ma sempre dalla parte dei deboli.

E anche le trame re-inventano la mitologia a proprio uso e consumo.
Detto così, ci sarebbe di che far storcere il naso anche allo spettatore di bocca buona. E invece no. Perché il telefilm non pretende neanche per un secondo di essere preso sul serio, e si trasforma da subito in un concentrato delle passioni di Raimi (che già avevano il loro manifesto nel capolavoro L’Armata delle Tenebre): acrobazie da film di arti marziali, gag che guardano alle comiche del muto e ai cartoon dei Looney Tunes, e mostri realizzati con pupazzoni di gomma e manichini come nei classici degli anni ’50 (Il Settimo Viaggio di Sinbad, Gli Argonauti).

Malgrado questo omaggio al passato, effetti speciali e creature fantastiche non furono realizzati in maniera esclusivamente artigianale. Anzi, Hercules fu una delle prime serie (insieme a Captain Power e Star Trek TNG) a utilizzare i nascenti effetti digitali generati al computer, che all’epoca erano considerati prerogativa del cinema poiché ritenuti troppo costosi.

Proprio per ovviare ai costi, l’intera serie fu girata in Nuova Zelanda, dato che la società che produceva gli effetti speciali, la Flat Earth, era per l’appunto neozelandese.

Filmare in Nuova Zelanda permise alla troupe di riprendere immensi paesaggi naturali di enorme impatto suggestivo, dove non a caso Peter Jackson avrebbe di lì a poco girato la trilogia del Signore degli Anelli.

Infatti lo scenario verde e rigoglioso e della Nuova Zelanda è più simile all’Europa celtica che a quella mediterranea, e anche costumi e scenografie di Hercules ricordano più un medioevo barbarico che l’antica Grecia. Eppure, paradossalmente, questo è stato un ulteriore punto di forza dello show: tanto più si allontana dall’epica classica, tanto più ci guadagna in citazioni e strizzate d’occhio al genere fantasy (o sword & sorcery, che dir si voglia).

La Terra Greca di Mezzo.

In pratica Raimi ha saputo sfidare i gusti del proprio tempo. In un’epoca (gli anni ’90), in cui le serie tv sapevano solo raccontare i crucci amorosi adolescenziali, o gli alti e bassi privati e lavorativi di sbirri, medici, avvocati eccetera, Hercules ha riportato in tv un telefilm d’avventura allo stato puro come ai tempi di Zorro o dell’A-Team: appassionante per i bambini, spassoso per gli adulti, e con in più un gusto per il fantastico -un “sense of wonder”, per dirla all’inglese- degno di un fumetto di degli anni ’30.

CHE GRANDE IDEA, RUBARE IDEE.

È questa la vera carta vincente di Hercules, e al tempo stesso il suo tallone d’Achille. Se a molti non è piaciuto è perché l’hanno frainteso, prendendolo per un’americanata ignorante, ideata da chi a scuola doveva avere 2 in storia e letteratura.

In realtà, dietro al suo apparente trashume, Hercules cela il più vasto e onnicomprensivo omaggio alla fantasia e all’avventura a 360 gradi. Non solo la mitologia, ma anche le fiabe, i romanzi di cappa e spada e quelli di fantascienza/horror, i fumetti supereroistici, e i film hollywoodiani.

Non a caso gli episodi più bizzarri e citazionisti, che in un telefilm “serio” sarebbero sembrati dei jump the shark, qui risultano i più belli e memorabili, proprio in virtù della leggerezza e della goliardia di fondo.

Tra i tanti possiamo ricordare (in ordine sparso):
– Quello in cui Giunone invia sulla Terra un sicario in grado di liquefarsi come in Terminator 2

– Quello in cui Iolao si sostituisce al suo cugino/sosia re Oreste per sventare una congiura. Chiaro il riferimento al romanzo Il Prigioniero di Zenda (1894) di Anthony Hope, e i vari film da esso tratti (tra cui quello con Stewart Granger)

– Quello in cui Hercules e Autolico, come Jack nella famosa fiaba, scalano una pianta di fagioli e affrontano un gigante che vive sopra le nuvole.

– Quello in cui Hercules viene processato da alcuni mortali, convinti che il suo desiderio di aiutare sia in realtà dannoso per l’umanità. Proprio come accadde nella famosa storia “Dev’esserci un Superman?”, di Elliot Maggin e Curt Swan (Superman n° 247, gennaio 1972)

– Quello in cui Hercules e un galeotto si ritrovano in un deserto infestato da mostri sotterranei ciechi ma dall’udito finissimo, come Kevin Bacon e Fred Ward nel cult movie Tremors.

– Quello in cui si scopre (come nel multiverso dei fumetti DC) un universo parallelo dove ognuno ha un doppelganger fisicamente identico ma caratterialmente opposto (Hercules è un tiranno, Iolao un giullare, Marte il dio dell’amore…).

– Quello in cui Autolico e Salmoneo, per sfuggire a degli assassini, si travestono da donna e si imboscano in una compagnia di ballerine, come Jack Lemmon e Tony Curtis in A Qualcuno Piace Caldo.

– Quello dove Sorbo e Hurst sono due ladruncoli nella Francia rivoluzionaria; ispirati dalle gesta di Hercules, si uniranno al bandito Volpe Rossa, un omaggio al romanzo La Primula Rossa (1905), della baronessa Emma Orczy.

Fino ad arrivare a un paio di episodi (Hercules dove sei? e Cercasi nuova storia per Hercules) dove, in un geniale corto circuito tra realtà è finzione, il cast del telefilm interpreta i membri della troupe, e si scopre che la star dello show, Kevin Sorbo, è realmente Hercules che continua ancora oggi in incognito la sua lotta contro il Male.

È questa la magia di un telefilm come Hercules: riesce a trasmettere allo spettatore il divertimento, l’entusiasmo, e la genuina passione che i suoi stessi realizzatori vi hanno infuso nel crearlo.

Il pubblico, evidentemente, ha gradito. Tanto che il successo di Hercules ha originato non solo due spi-off – il più cupo e brutale (e più amato dai fan) Xena: Principessa Guerriera e l’inutile Young Hercules (che se non altro ha lanciato la futura star Ryan Gosling) – ma anche tutta un’ondata di telefilm fantasy che avrebbero imperversato in tv per tutta la seconda metà degli anni ’90, i più trasmessi in Italia furono Sinbad, e Le Nuove Avventure di Robin Hood.

FINCHÉ DEGLI ESSERI UMANI AVESSERO INVOCATO AIUTO…

Rivisto oggi a vent’anni dalla conclusione, e volendo dare ragione ai detrattori, un telefilm come Hercules può essere considerato un’occasione sprecata: poteva essere il modo per far conoscere e rilanciare la mitologia greca presso il pubblico giovane a ben altri livelli. Invece ha preferito essere un ipermercato del genere fantasy. In grado, però, di conquistare e mantenere negli anni l’affetto del pubblico grazie alla sua capacità di intrattenere e divertire. In questo, inutile negarlo, c’è riuscito in pieno.

E (secondo il mio modesto e trascurabilissimo parere) a volte, da un buon telefilm, non si potrebbe e – non si dovrebbe – pretendere niente di più.

Giovanni

Immagini prese da Google. © degli aventi diritto.

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