È ufficialmente una milf: i quarant’anni di Lamù

Per me era un mostro bipolare con canini, corna e orecchie a punta. Ma per molti della mia generazione è stata -ahem…- la donna che li ha resi uomini.

Nel 1981 debutta sugli schermi tv giapponesi Urursei Yatsura, serie anime tratta dall’omonimo manga creato da Rumiko Takahashi tre anni prima.

Urusei Yatsura (che significa all’incirca “Quei rompiscatole della stella Uru”) ha vinto il premio Shogakukan sia per la categoria shonen (i manga per il pubblico maschile) sia per la shojo (quelli per il pubblico femminile), diventando il primo successo della Takahashi, che poi sceneggerà e disegnerà altri classici come il romantico Maison Ikkoku, il demenziale Ranma ½ e il fantasy Inuyasha.

In Italia il fumetto giungerà solo nel 1991, mentre la serie animata arriva già nell’83, col titolo Lamù – la ragazza dello spazio.

La trama è semplice. La stella Uru è abitata da un popolo di oni (l’equivalente nipponico degli orchi occidentali). Un giorno una loro astronave si posiziona sopra a Tomobiki, un immaginario quartiere di Tokyo, pronta ad invadere la Terra. Gli oni ci lasciano però una chance: il loro computer sceglierà un terrestre a caso. Se quest’ultimo supererà una certa prova, gli oni rinunceranno alla conquista del pianeta.

Per fortuna, Lamù ha preso dalla madre.

La scelta ricade su Ataru Moroboshi, liceale alquanto pigro, stupido, ingordo, e donnaiolo. La prova consiste nell’inseguire la figlia del capo degli oni, Lamù, una bella ragazza con capelli verdi e bikini tigrato. Se Ataru riuscirà a toccare le piccole corna che la fanciulla ha ai lati della testa, la prova sarà vinta. Il problema è che Lamù sa volare ed emette scariche elettriche, il che complica la vita ad Ataru, il quale colleziona figuracce in diretta mondiale.

La (quasi) ragazza di Ataru, Shinobu (apparentemente fragile ma dalla forza sovrumana), per spronarlo a vincere gli promette che se salverà la Terra lo sposerà.
Galvanizzato, Ataru usa le sue abilità da maniaco per strappare il reggipetto di Lamù, in modo da distrarla e toccarle le corna.
A quel punto il ragazzo, davanti ai tg di tutto il mondo, dichiara che finalmente potrà sposarsi.
Lamù fraintende la cosa come una proposta nei suoi confronti. In men che non si dica, l’aliena si innamora di lui come una pera cotta, si trasferisce a casa sua, inizia a chiamarlo “tesoruccio”, e a punirlo a suon di scosse elettriche ogniqualvolta faccia il cascamorto con un’altra.

Questo a Puffetta non succedeva…

Da quel momento la serie si sviluppa con episodi auto-conclusivi o con mini archi narrativi di due o tre puntate. La continuity (come spesso capita nelle opere dalla Takahashi) è data esclusivamente dall’entrata in scena di nuovi personaggi sempre più spassosi. Come Ten, cuginetto di Lamù in grado di sputare fuoco, tenero e carogna come solo un bambino piccolo sa essere. Oppure Sakurambo (che in giapponese significa “ciliegia”), bonzo menagramo e scroccone. La sua bellissima nipote Sakura, infermiera del liceo ed esorcista a tempo perso. O ancora, Mendo Shutaro, il ragazzo più ammirato della scuola, donnaiolo quanto Ataru, ma più benvoluto in quanto ricco, educato, e affascinante. Per arrivare a Ran, ex-amica di Lamù che l’accusa di averle soffiato le attenzioni del bellissimo oni Rei, che in realtà pensa solo al cibo, e si trasforma spesso e volentieri in un mostro metà toro e metà tigre. E questi sono solo alcuni.

Pur essendo giunta solo su reti regionali (Telecapri) o circuiti syndication (Odeon TV), Lamù ottiene subito successo anche in Italia. È un cartone giapponese come non se ne erano mai visti fino ad allora, diverso tanto da quelli per ragazzi (a base di campioni sportivi o robot giganti) quanto da quelli per ragazze (zeppi di maghette adolescenti o orfanelle giramondo).

 

No, decisamente non è un’orfanella indifesa.

Lamù è quel che in gergo si dice “breakout character”: un personaggio concepito come spalla, ma che conquista in breve tempo il pubblico diventando il vero protagonista. Esempi celebri in tv sono Fonzie in Happy Days o Steve Urkel in Otto Sotto Un Tetto. Nel mondo del fumetto sono ancor più numerosi: Zio Paperone, Bugs Bunny, Braccio Di Ferro, Wolverine, Snoopy, Valentina, Lupo Alberto…

L’aliena dai capelli verdi e dal bipolarismo yandere conquista il pubblico incarnando la speranza di tutti i maschi, quella di trovare una ragazza bella e capace di amore sincero, anche se noi siamo dei debosciati come Ataru. E, inutile girarci intorno, il suo aspetto (ispirato alla modella di bikini Agnes Lum) rappresenta per molti bambini dell’epoca la prima pulsione d’interesse verso il gentil sesso.

Anche quello che doveva essere il vero protagonista, Ataru, diventa un beniamino del pubblico, forse più da noi che in patria. Il giovane Moroboshi, croce dei suoi genitori, è lontano da ciò che è la mentalità giapponese vista come autodisciplina, onore e senso del dovere. Ataru è inaffidabile, bugiardo, indolente, donnaiolo e con la faccia come il c#§o, praticamente lo stereotipo dell’italiano furbastro e fedifrago che abbiamo sempre visto al cinema, da Alberto Sordi a Christian De Sica, passando ovviamente per Lino Banfi.
Curiosamente, sempre nell’81 esce in sala Spaghetti a Mezzanotte, dove il personaggio di Banfi si concede scappatelle con Alida Chelli pur essendo sposato con Barbara Bouchet, proprio come Ataru che non rinuncia a rincorrere Shinobu ma non ha nemmeno il coraggio di troncare con Lamù.

Punti d’incontro tra culture lontane.

Già, in Urusei Yatsura c’è la commedia romantica, quella demenziale, e pure un po’ di quella sexy come la si faceva da noi. E non è tutto. La Takahashi, mette alla berlina la società nipponica del boom economico degli anni ’80, fa viaggiare i nostri eroi nello spazio e nel tempo, facendo conoscere al pubblico nostrano personaggi storici come Wakamaru e Benkei, fa irrompere nella quotidianità alieni e personaggi mitologici, cita i film americani e altri manga come Rocky Joe o Gundam, manda i protagonisti in vacanza alle Hawaii o li coinvolge in trame poliziesche…

Anche il regista della prima metà degli episodi, il grande Mamoru Oshii di Patlabor e Ghost in the Shell, pur non avendo un gran rapporto con la Takahashi, si sbizzarrisce con squarci onirico-surreali alla Buñuel toccando il culmine con il secondo lungometraggio tratto dalla serie, Lamù – Beautiful Dreamer, un intreccio di sogno e realtà che Inception levati proprio.

Insomma, ogni volta che termina la sigla di apertura, non si sa davvero cosa possa succedere.

A proposito della sigla: quella italiana è scoppiettante, romantica, non fa riferimento esplicito ai personaggi e quindi può funzionare benissimo come canzone a se stante.

Per molti anni non si è saputo chi fosse a cantarla. Solo di recente alcuni fan hanno chiarito il mistero. Il brano fu eseguito a due voci da Noam Kaniel e Ciro Dammicco (co-fondatore della Eagle Pictures), i quali all’inizio degli anni ’80 erano sotto contratto per incidere alcune sigle per le serie animate targate Haim Saban & Shuki Levy.

Per festeggiare degnamente i 40 anni di Urusei Yatsura anche in Italia, Star Comics ha ripubblicato il manga in versione perfect edition: 17 volumi di ottima fattura, col ripristino delle tavole a colori, e copertine plastificate.

Al contempo, la serie animata è riapparsa di recente sulle frequenza nazionali di Mediaset Italia 2, è presente su Amazon Prime, ed è stata rieditata da Anime Factory in cofanetti Dvd e per la prima volta in Blu-ray.

Giovanni

Immagini prese da Google. © degli aventi diritto.

PS
E questa è la dimostrazione di come un classico, con minimi accorgimenti, possa risultare sempre attuale.

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