DYLAN DOG – SPAZIO PROFONDO

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Che Dylan Dog avesse bisogno di una bella rinfrescata lo si intuiva da tempo.
Il tema Horror, lo splatter e il mistero che ha sempre accompagnato l’indagatore dell’incubo era scemato sempre più, numero dopo numero. Pur amando il personaggio di Dylan, che è stato il mio primo fumetto bonelliano in assoluto, ultimamente l’avevo perso di vista: le storie erano diventate piuttosto banali e piatte, e non acchiappavano più il lettore come un tempo con spettri, mostri e omicidi efferati.
Insomma, il nostro protagonista era diventato indagatore e basta.
Potete capire il mio interessamento quando la Bonelli ha annunciato un completo restyling della testata, affidando a Recchioni il compito di recuperare l’attenzione dei lettori che, come me, non mostravano più interesse per l’inquilino di Craven Road.
Recchioni c’è riuscito?
Calma, calma. Su internet girano parecchie opinioni che condannano o assolvono il suo operato basandosi solamente sul primo numero del suo rimaneggiamento, e ciò, dal mio punto di vista, è da completi idioti. È ovvio che bisognerà aspettare almeno fino a primavera per dare un giudizio completo e definitivo sulla faccenda; le voci che saltellano di palo in frasca sono solo di rosiconi o fanboy dello sceneggiatore.
Una cosa, però, possiamo sì recensirla, ed è “Spazio profondo”, ossia il numero che abbiamo tra le mani.
Ci troviamo nello spazio, esattamente nel 2427: nell’avamposto spaziale di frontiera dell’impero di Albione è in corso una spedizione di recupero della nave spaziale Uk-Tatcher, infestata dagli spettri dello spazio. Gli unici che possono ripulire la nave e recuperarla sono dei “cloni” del celebre Dylan Dog, vissuto oltre 400 anni prima, ognuno in parte modificato per adempiere a un particolare ruolo nella missione.
L’idea di fondo è indubbiamente interessante. Già molte storie passate erano ambientate in universi completamente diversi dal nostro, in cui il nostro Dylan vi si ritrovava per caso, cercando di sopravvivere. Questa storia non fa eccezione: la premessa è ottima e i presupposti per una trama che mescola horror/fantascienza/mistero si fanno sentire fin dalle prime tavole. Però, però…
Col proseguo della narrazione si avvertono le prime incertezze. In primis, i comprimari: tralasciando il nostro Dylan, che ha un carattere ormai solido e temprato da più di 300 fumetti, tutti gli altri sono così stereotipati da lasciare un po’ interdetti. C’è il combattente, grosso e brutto, che è esuberante e attaccabrighe, c’è il cervellone che pretende di essere un capo, una Dylan donna sensitiva che come al solito capisce tutto quello che sta accadendo e vuole fare anche la moralista, e infine una versione nuda e cruda del Dottor Manhattan, il solito mezzo-robot cinico e senza sentimenti.

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La piattezza dei personaggi si riflette conseguentemente anche nella narrazione. Non diciamo fandonie: la storia va avanti normalmente, liscia come l’olio, ma senza che il lettore abbia a cuore la sorte dei protagonisti. Viene proprio a mancare uno degli ingredienti dei vecchi Dylan Dog: nelle vecchie storie le scene splatter, di morte o con tanto sangue ti colpivano, erano quasi disturbanti e affascinanti nello stesso tempo. In questo caso si passa da una scena all’altra senza un minimo di emozione: in un certo senso si procede per inerzia, pagina per pagina, arrivando pian piano verso la fine. Fine che, c’è da dirlo, spiazza. È brutta? È bella? Non saprei dire. L’unica cosa certa è almeno quella, a dispetto di tutto il fumetto, qualcosa di Dylan Dog ha, ma lascio a voi capire cosa.
Per quanto riguarda i disegni e i colori fanno il loro lavoro. Non sono mai stato un grande fan di Nicola Mari, tranne nei tratti molto “Mike Mignola” dei primi numeri di Nathan Never, fatto sta che è comunque ottimo nelle inquadrature e nelle scelte grafiche. I colori di Lorenzo De Felici sono sempre adatti alla circostanza e non prevalgono sui disegni.
In conclusione questo nuovo ciclo vitale dell’indagatore dell’incubo parte discretamente, ma senza fare cose straordinarie. Bisogna dare atto a Recchioni che cercare di rendere giovane e dinamica una delle pietre miliari del fumetto italiano non è un’impresa facile, e che non si può condannare (o adulare) un nuovo arco narrativo solo leggendo il primo numero. A parte questo, il vero problema è il primo numero in sé: con un’idea di fondo ottima e diversa, non riesce però a rendere partecipe il lettore della vicenda a causa della piattezza e leggerezza di alcune parti e dei personaggi poco incisivi.

Leo.

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