Due chiacchiere su Frozen 2 – Il Segreto di Arendelle

Nell’augurarvi buone feste, recensiamo l’ultimo classico Disney. Che ci ha lasciati un po’ meh…

Innazitutto, Frozen 1 era un bel film?
Non ho mai compreso come un film (per me) perfetto e privo di punti deboli come Il Pianeta del Tesoro sia stato un flop mostruoso, mentre Frozen sia stato il maggior incasso Disney di sempre. Un film dove la logica fa acqua da tutte le parti: da dove nasce la magia di Elsa? Chi ha governato Arendelle mentre raggiungeva la maggiore età? Come ha fatto a raggiungere la cima della Montagna del Nord in poche ore mentre Anna e Kristoff ci mettono un giorno e una notte?

Tuttavia, la Disney non puntava all’oscar per la miglior sceneggiatura; voleva svecchiare la formula della fiaba classica smontandone con ironia molti stereotipi (l’amore a prima vista, il bacio spezza-sortilegi…) senza però cadere nella parodia pura alla Shrek. Un gioco di equilibrismo difficile, ma perfettamente riuscito. E le canzoni, ritenute da molti troppo ingombranti, io le ho trovate non eccessivamente lunghe e ben distribuite. Insomma, nonostante tutto, io Frozen lo ricordo come un buonissimo film.

Veniamo a questo Frozen 2 – Il Segreto di Arendelle.
Partiamo con le dolenti note (e dico “note” non a caso). Stavolta le canzoni mi hanno davvero steso. Non solo sono troppo presenti, sono anche insipide. Non che la soundtrack del capostipite fosse particolarmente geniale, ma in confronto a questa sembra ai livelli dei capolavori di inizio anni ’90 (La Sirenetta, La Bella e la Bestia…).

Passando al film vero e proprio, questo capitolo 2 si distacca dal primo con una storia meno fiaba e più fantasy d’avventura: scopriamo le origini della magia di Elsa e le circostanze sulla morte dei suoi genitori.

Spoiler: i genitori sono ancora morti.

Il problema è che, se da un lato colma i buchi di trama del primo film, dall’altro ha delle voragini nell’evoluzione dei personaggi. A meno che per “evoluzione” non si intendano nuovi costumi per vendere le bambole.

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Elsa è la solita depressa che sembra portare il peso del mondo sulle spalle, mentre Anna è diventata così iperprotettiva verso la sorella da risultare asfissiante. Poi però, arrivati alla fine, Anna non si comporta più così. Ma non c’è nessun gesto o dialogo che spieghi come abbia fatto a superare questo attaccamento morboso per Elsa. Semplicemente, si comporta come se non avesse mai sofferto di questo problema. Gli sceneggiatori fingono di dimenticarsene, e sperano che anche gli spettatori se ne scordino dopo che per più di un’ora di film Anna non ha fatto altro che starnazzare robe tipo: “Elsa, dove sei? Ricorda, avevamo promesso di affrontare tutto insieme!!!

La stessa cosa avviene con Olaf. Il nostro ghiacciolo preferito sembra stia crescendo, e si pone domande sullo scorrere del tempo e dei cambiamenti. Anna, all’inizio del film gli spiega che certe cose, come l’affetto della famiglia e degli amici, sono per sempre. Olaf continua a filosofeggiare, ma poi alla fine torna il solito buffoncello di sempre. Forse, cari sceneggiatori, il discorso con Anna sarebbe stato meglio metterlo alla fine, non credete? (opinione mia, eh).

Discorso diverso con Kristoff. Nel primo film era il classico ragazzone tranquillo, bonario e coi piedi per terra, un perfetto contraltare per la Anna esuberante e logorroica del primo film. Ora che ha a che fare con la Anna schizzata, sembra che la sua unica funzione sia la gag ricorrente di lui che non riesce a farle la proposta di matrimonio perché lei ha sempre altro (Elsa) per la testa. Per il resto poche novità: salva Anna in un paio di scene, senza mai assurgere allo stato di eroe co-protagonista (non sia mai che venga intaccato il girl power).
Anzi, no. Un momento memorabile Kristoff ce l’ha eccome: a metà film si mette a cantare una canzone dove la regia sembra quella di un videoclip di MTV negli anni ’80 (una roba tra Bonnie Tyler, Prince ecc.) con tanto di citazione della copertina di Queen II (quando la vederete capirete).

 

Ed è subito cult (art by Litana Yasha).

Un brutto film, quindi?
No, assolutamente. Il comparto visivo è ottimo, con gli sfondi e la mimica dei personaggi ancor più dettagliati che nell’originale. L’avventura coinvolge e scorre bene (malgrado le canzoni). Ma la cosa più interessante è il messaggio di fondo.

che NON è questo

 

Il primo Frozen era una parabola sull’inutilità dell’auto-emarginazione. Questo secondo capitolo pone ancora l’accento sull’importanza della famiglia. Ma la famiglia non è qualcosa di immutabile. Crescendo ci innamoriamo di altre persone con cui formeremo una famiglia a nostra volta, mentre i famigliari con cui siamo cresciuti faranno altrettanto e vivranno anch’essi per conto loro. Un messaggio comprensibile per i bambini, ma che si rivolge principalmente ai più grandi.

Concludendo, Frozen 2 – Il Segreto di Arendelle è sicuramente una bella fiaba disneyana perfetta per il Natale, che non è un classico sequel-fotocopia, ma che ciononostante presenta lo stesso tallone d’Achille del capostipite: sprecare troppo tempo per le canzoni invece di impiegarlo per non lasciare punti irrisolti.

 

Giovanni

Immagini prese da Google. © degli aventi diritto.

PS

Di lui non ho parlato perché è inutile. Come la battuta su Samantha.

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