Batman v Nietzsche: The Killing Joke

In occasione del film animato, rispolveriamo un capolavoro della mitologia supereroistica e del fumetto tout-court. Ma il film sarà all’altezza?

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Da alcuni giorni è uscito il film d’animazione della collana DC Animated Universe della Warner Bros tratto da Batman: The Killing Joke. Il film è visibile sottotitolato in italiano su itunes.
Scritta dal più grande sceneggiatore vivente, Alan Moore (V per Vendetta, Watchmen) e disegnata dall’iperrealistico e certosino Brian Bolland (ora perlopiù copertinista, per via della sua comprensibile lentezza), la graphic novel The Killing Joke (1988) è considerata una delle migliori storie di Batman mai realizzate.

 

Bolland (in primo piano) e Moore (il barbone dietro)

Bolland (in primo piano) e Moore (il barbone dietro)


Moore non l’ha mai amata particolarmente, eppure ha tutto ciò che si possa desiderare: un buon soggetto (importante nella mitologia del personaggio, in quanto svela il passato del Joker e segna la tragica uscita di scena di Batgirl), una geniale sceneggiatura dal taglio cinematografico (con un sapiente incastro tra presente e flashback), disegni raffinati e funzionali alla narrazione, battute memorabili (“Se la vita ti fa il mazzo, non diventare saggio, diventa PAZZO !“) e riflessioni tutt’altro che banali.


La trama è semplice. Evaso dal manicomio, il Joker rapisce il commissario Gordon, sparando a sua figlia Barbara (alias Batgirl) che, ferita alla spina dorsale, rimarrà per sempre sulla sedia a rotelle ( o almeno fino al reboot New 52).

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Portato in un Luna Park abbandonato, Gordon viene sottoposto a torture e umiliazioni, dal momento che il Joker vuole dimostrare che chiunque, anche l’uomo più integerrimo, può diventare un pazzo come lui, basta una “giornata storta”.
Contemporaneamente infatti alcuni flashback ci mostrano il passato del Joker, ex-chimico e cabarettista fallito che, per mantenere la moglie incinta, accetta di aiutare alcuni gangster a fare un colpo nell’industria chimica in cui lavorava.

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La moglie e il figlio muoiono per capriccio del destino, un banale incidente domestico, ma ormai non può più tirarsi indietro.
Per sfuggire a Batman, il poveretto cade in una cisterna di acidi che trasformano il suo viso nel ghigno che tutti conosciamo (scena ripresa l’anno dopo da Tim Burton nel suo film con Jack Nicholson).

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Gordon però non si piega e viene liberato da Batman, il quale dimostra alla sua nemesi che tutti soffrono, ma non ne fanno una scusa per commettere mostruosità. Umiliato e confuso, il Joker riesce comunque nella sua impresa più difficile: strappare una risata a Batman mentre sopraggiunge la polizia.

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Ma la grandezza di Batman: The Killng Joke non è tanto nella trama in sé, quanto nei suoi echi filosofici. Infatti, dietro ad una semplice storia d’azione, Moore trova l’ardire di sintetizzare il pensiero di Nietzsche, per poi muovergli una forte critica.
Il Joker è il folle che grida “Dio è morto!”, è cioè colui che mette la società borghese di fronte alla sua più grande colpa, quella di aver disimparato la modestia, eleggendo le proprie, piccole certezze a verità universali.
È anche l’uber-mensch, il super-uomo (anche se la traduzione più esatta sarebbe “oltre-uomo”), colui che, constatata l’insensatezza del mondo, rifiuta le leggi e la morale stabilite dalla società e gioca secondo le sue regole.

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Batman però, con le sue parole di disprezzo, dimostra che comportarsi da folli in un mondo folle non è un gesto eroico, perché la follia è la pietra sotto cui strisciano e si nascondono i vili.
E il super-uomo nietzscheano, incarnato dal Joker, non è un eroe o un modello, ma un vigliacco ed un egoista, poiché, posto di fronte al problema di stabilire nuove regole di vita, non parte da posizioni condivise da tutti, ma tiene conto solo dei suoi interessi.
Moore al super-uomo/Joker contrappone i super-eroe/Batman, colui che, pur rendendosi conto di vivere in un sistema malato, non rifiuta il vecchio mondo, ma ne diventa il custode e la medicina, intraprendendo una lotta fisica, mentale e morale contro il morbo della follia che infesta la società.
Moore però non commette l’errore di Nietzsche: non infrange i dogmi, le certezze precedenti, per poi vendere la propria visione come sicura e inconfutabile. E il controverso finale, con Batman e il Joker che ridono come due matti nella stessa cella, non è fuori luogo, come potrebbero pensare alcuni, ma è di un’ambiguità onesta e necessaria.
Una pietra miliare nella storia dell’Uomo Pipistrello, un capolavoro della narrazione per immagini, e insieme la dimostrazione di tutto quello che si può fare con un “semplice” fumetto.

Già, ma il film?”, direte voi.

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Il film animato riprende abbastanza bene la trama del fumetto (seppur con disegni necessariamente più semplificati). Non manca nulla, anzi il problema è che c’è di più.
Gli sceneggiatori (tra cui il Brian Azzarello di 100 Bulletts) hanno infatti inserito una prima mezz’ora con una trama inedita narrata dal punto di vista di Barbara, la quale compare anche col costume di Batgirl. I fan del personaggio certamente apprezzeranno, ma non appena ci si ricollega al fumetto, l’attenzione si sposta sul Joker e Barbara viene accantonata per riapparire solo alla fine, riciclatasi nel ruolo dell’investigatrice informatica Oracolo.

"Back to work."

“Back to work.”

Insomma, sembra di assistere a due storie differenti, che non si amalgamano bene come dovrebbero.

Ma la vera forzatura che ha sconvolto i fan è l’accenno ad una relazione tra la pipistrellina e il suo più maturo mentore.

WTF ?!?

WTF ?!?

Oltre a non avere riscontro nel fumetto, ciò finisce per “falsare” le motivazioni di Batman.

La storia di Alan Moore era tutta incentrata sul rapporto speculare tra l’eroe e la nemesi, il ferimento di Barbara era solo un mezzo per far impazzire Gordon.
Creando una liason tra Bruce e Barbara, sembra che la lotta tra Batman e Joker non sia una questione personale tra i due (con tutti gli spunti di riflessione di cui sopra), bensì la classica vendetta dell’eroe perché il cattivo ha fatto del male alla sua amata.

Per il resto, colori e animazioni sono di livello medio, ma ottimi come sempre i doppiatori “storici” dei personaggi: Mark “Luke Skywalker” Hamill /Joker, Kevin Conroy/Batman e Tara Strong/Batgirl.

Nell’insieme, un modo insolito di adattare un capolavoro, tutto sommato gradevole, ma che serve solo a far nascere la curiosità di leggere l’opera di Moore e Bolland a chiunque non l’abbia ancora fatto.

 

PS
Tornando al fumetto, a partire dal 2009 è uscita anche in Italia (prima per la per la Planeta DeAgostini, poi per la RW-Lion) la versione Absolute di The Killing Joke.
Grande formato (cm 21 x 32), copertina rigida, e soprattutto una nuova colorazione ad opera dello stesso Brian Bolland.
Se originariamente John Higgins (lo stesso di Watchmen) aveva prediletto i colori sgargianti soffusi nell’oscurità (com’è nell’estetica anni ’80, vedi Blade Runner o Strade di Fuoco), Bolland usa una gamma di tonalità molto più fredde e realistiche (specie nei flashback, in bianco e nero virato al seppia invece che in rosso).
Per rendere l’idea allego le scansioni della versione originale (sinistra) e di quella Absolute (destra).

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Chi preferisse la vecchia colorazione può cercare di reperire sia la precedente edizione Play Press (primavera 1996) o il volume tascabile de I Classici del Fumetto di Repubblica dedicato a Batman (2003), ma dovrebbero entrambi essere esauritissimi ed introvabili.

Giovanni.

Immagini prese da Google © degli aventi diritto.

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