BAKUMAN – cosa vuol dire essere fumettista?

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Chiunque inizi a leggere fumetti ad un certo punto, inesorabilmente, viene assalito dall’insano pensiero di cominciare a provare a farne uno proprio. I primi esperimenti sono disastrosi, e finiscono in un cassetto della scrivania a marcire di polvere per sempre. Poi, man mano che si continua a provare, c’è chi capisce che disegnare non è il suo mestiere e si arrende ad essere solo un semplice lettore, mentre altri iniziano a vedere un piccolo barlume di speranza e decidono di provarci seriamente.
Ed è proprio di questo che parla Bakuman, manga del 2008 scritto da Tsugumi Ohba e disegnato da Takeshi Obata, famosi per essere anche gli autori del celebre Death Note.
La trama è abbastanza semplice: Mashiro Moritaka è uno studente delle scuole medie, molto bravo a disegnare ma annoiato dallo stile di vita monotono che conduce. Takagi Akito invece è un abile scrittore col sogno di diventare un mangaka. Chiede così ad un titubante Mashiro di formare un duo lavorativo come autori di manga; proposta che quest’ultimo accetta solo dopo aver ricevuto la promessa di Azuki Miho, la ragazza di cui è innamorato, che se entrambi riusciranno a realizzare i propri obiettivi potranno sposarsi.

 Iniziamo subito col dire che la cosa più interessante dell’opera è sicuramente la descrizione, seppur in maniera fantasiosa e romanzata, di come funziona il mondo editoriale giapponese. Un mondo frenetico, selettivo e pieno di scadenze pressoché impossibili da rispettare, in cui gli autori sono quasi schiavi del sistema a classifiche delle riveste e del proprio editor, che ha il compito di tirar fuori il meglio dal suo assistito (vedremo infatti anche diversi trucchetti che vengono usati per venire incontro ai lettori e cercare di guadagnare qualche posizione nella classifica settimanale).
Insomma, un sistema molto diverso da quello Europeo e Americano, più flessibile e “lento” rispetto a quello nipponico.
Un’altra cosa che mi è molto piaciuta sono i “manga nel manga”, ovvero i fumetti che i protagonisti sfornano durante la storia, alcuni dei quali verrebbe voglia di leggere davvero. Interessante è inoltre notare come l’autore cambi stile di disegno da “manga” a “manga”, cosa che dà un tocco di credibilità in più.
E visto che siamo in tema, passiamo a parlare dei disegni: trattandosi di Obata, è quasi scontato dire che la qualità è molto alta sotto tutti i punti di vista. Gli sfondi sono ben curati e realistici e  rispecchiano fedelmente la realtà dei paesaggi giapponesi. Impressionante è anche la fedeltà con cui viene riprodotta la sede della Shueisha, insieme ai suoi uffici, la hall e per poco anche i gabinetti. Una cura maniacale anche per i piccoli dettagli, come i fogli di accettazione o i plichi dove vengono inserite le tavole da consegnare.
Sul design dei personaggi al contrario devo fare una considerazione basata sui miei gusti personali: onestamente preferivo di gran lunga i disegni dei primi volumi, praticamente realistici, rispetto a quelli quasi deformed/caricaturali che prevarranno fino alla fine della serie, ma che comunque rimangono su uno standard molto alto (soprattutto se paragonati a quelli di certi autori i cui disegni fanno rivalutare le antiche incisioni rupestri).
Passando ora ai difetti, quello che a mio parere risulta più fastidioso è l’alterazione della realtà. Sembra infatti che all’infuori dei manga la vita dei protagonisti non abbia alcun senso, e che ogni cosa giri solo attorno ad essi, che sia il lavoro, l’amore o la salute stessa (no, non sto scherzando). Lo stesso dicasi per alcuni personaggi secondari talmente assurdi ed enfatizzati da risultare odiosi e insopportabili; insomma, personalmente trovo inconcepibile che una persona pensi solo a disegnare 24 ore su 24, senza avere altri hobby o relazioni sociali di alcun tipo.
Altra cosa che penalizza l’opera è ancora derivata dalla trama stessa: oltre alle esagerazioni di cui parlavo prima,  a circa metà della storia troviamo fastidiosi alti e bassi, perlopiù derivati da capitoli, o addirittura intere saghe, fini solo a sé stessi, col solo scopo di allungare inutilmente la brodaglia.
Si potrebbe anche parlare del lato romantico del manga, ma servirebbe una recensione a parte. Basti pensare che certi personaggi si mettono insieme e si sposano senza quasi mai essersi parlati, cose che nemmeno nei peggiori film Disney ho mai visto.

 In conclusione Bakuman è tutto sommato un buon prodotto, anche se afflitto da diverse pecche che ne limitano fortemente il valore finale. Siamo lontani dal capolavoro, e certamente l’idea sarebbe potuta essere sfruttata meglio. Ciononostante mi sento di consigliarlo comunque, visto e considerato il suo genere quasi più unico che raro, che mostra in un modo tutto suo cosa si nasconde dietro un’industria, quella dei fumetti, sulla quale la maggior parte della gente sa molto poco. La lunghezza poi non è estremamente eccessiva, sopratutto se paragoniamo i suoi 20 volumi a quelli di manga come One Piece o Naruto.

E poi diciamocelo, quando il disegnatore è qualcuno come Takeshi Obata, vale sempre la pena comprare qualcosa anche solo per i disegni.

Claudio.

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